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Il giardino perduto

Per qualcuno è un profumo d’infanzia, la memoria del passato; per altri è il ricordo delle favole; per altri ancora è il tempo dell’innocenza, il primo bacio. Per i bambini walser fu la valle incantata dietro il Monte Rosa, per i viaggiatori romantici furono i tramonti dorati sulle rovine del Bel Paese o il giardino delle Rose del Catinaccio. Per tutti il giardino incantato è un luogo magico in cui la gente viveva in pace, il vino non faceva male e la primavera non finiva mai. Gli adulti di ogni epoca hanno desiderato e rimpianto il loro eden perduto, che in fondo è il rimpianto della gioventù.
Nei tempi dei tempi – racconta la leggenda – i monti non erano irti di punte e solcati da crepacci, ma formavano una grande giogaia uniforme, che abbracciava a semicerchio il fondo della valle e la conca prativa che ora si chiama Breuil, ai piedi del Cervino. Un’epoca beata, quella! Le valli erano sotto la protezione di un gigante, chiamato Gargantua, genio benefico di quei luoghi. Godevano di un clima mitissimo, così che si potevano tenere gli armenti agli alti pascoli, a circa duemila metri d’altezza, fin quasi a Natale. Immense praterie fiorite si stendevano sulle pendici dei monti, i pastori vivevano nella più felice abbondanza. Il latte era in sì gran copia da formare ruscelletti, nei quali gli agnelli si dissetavano. I ragazzi giocavano ai birilli con pallottole di burro, ai dischi con forme di formaggio. Tutti andavano d’amore e d’accordo; il male, l’invidia, la cattiveria erano sconosciuti.
Le leggende delle Alpi sono ricche di “racconti del ghiaccio” incentrati sulla valle perduta. Seguono lo stesso canone narrativo tra l’alta Savoia e il Vallese, focalizzandosi sul Monte Rosa e sconfinando talvolta sulle Alpi centrali e orientali. L’esito è sempre ugualmente tragico: il giardino incantato è devastato dal gelo o dalla sventura, e i montanari sono condannati per i loro peccati.
Le leggende del ghiaccio, di origine cattolica e controriformista, nella loro spietatezza dicono che l’avanzata del gelo durante la Piccola età glaciale, tra il 1500 e il 1700, punì la stoltezza degli uomini. I ghiacciai erano visti come castighi di Dio, che si mangiavano la pace e l’indifferenza dei montanari.
Una sera d’autunno, al cader della notte, un povero vecchio con un bastone in mano arrivò alla dolce città di Félik, sotto il Monte Rosa, e chiese da mangiare e un po’ di fieno o di paglia per passarvi la notte. Lo misero spietatamente alla porta, dopo averlo preso in giro e maltrattato. Il mendicante attraversò la città e si diresse verso il colle, ripetendo queste parole: «Stasera nevicherà, domani nevicherà, dopodomani nevicherà e la città maledetta non si salverà più!».
«Vattene!», gli gridava la gente. «Ritirati uccello del malaugurio! Profeta sinistro! Che la tua magra carcassa porti via la sua l’ombra dalla nostra città!».
Il poveretto passò il colle e la sera stessa cominciò a cadere neve rossa come il sangue. Eppure gli abitanti passarono la notte nei piaceri. Intanto continuava a nevicare e l’indomani nessuno poté uscire di casa. Nei giorni seguenti la neve scese ostinatamente seppellendo per sempre la città sotto il suo lenzuolo e formando quello che oggi si chiama il ghiacciaio del Félik…
Esiste anche una versione ambientata sul Bernina:
Una volta, là dove sorgono i ghiacciai, c’era un grande pascolo alpino di proprietà d’un certo Rospo, brutto e ricco avaro di fondovalle. Un giorno, mentre stava pascolando le greggi in compagnia d’un servitore, venne avvicinato da un mendicante che gli chiese qualcosa da mangiare. Per fargli sentire tutto il suo disprezzo, il Rospo ordinò di versargli un po’ di latte nel truogolo delle bestie. Il servo, invece, diede al mendicante la sua scodella piena di latte appena munto. Dopo molti ringraziamenti il mendicante raccomandò al servo di fuggire subito dal pascolo e sparì. Il garzone non se lo fece ripetere due volte, prese le sue cose e, senza ascoltare le urla del padrone, se la diede a gambe. Quasi subito incominciò a nevicare… e l’indomani tutta la malga era un immenso ghiacciaio. Si dice, tra l’altro, che di notte non sia raro sentire, tra i seracchi, l’urlo del cattivo che chiama la sua cagnetta perché venga a scaldarlo. Invano.
Quando alla fine del Medioevo i ghiacciai cominciarono a crescere per il raffreddamento climatico, nessuno era in grado di spiegare l’avanzata di quei “mostri” che in passato erano sempre stati immaginati come draghi capaci di ingoiarsi rapidamente i pascoli e il lavoro dei campi, insidiando perfino i villaggi. Non si sapeva niente delle glaciazioni, di come si fossero formate le valli e gli anfiteatri morenici, di come crescessero e smagrissero i ghiacciai, a che velocità si spostassero. Niente di niente. Il mondo dei ghiacci e le scienze della Terra erano misteri (per lo più dolorosi) affidati a bizzarre interpretazioni teologiche, come la teoria protestante che per alcuni decenni attribuì la formazione delle montagne al lascito del diluvio universale, tipo pattumiera del mondo, e la ben più spietata teoria controriformista che attribuì ai peccati degli uomini l’avanzata dei ghiacci, sperando di redimerli attraverso la paura.
Il rapporto dell’uomo con il ghiaccio ha origini antiche. Le ondate di freddo e di gelo hanno cambiato le rotte delle invasioni e condizionato le sorti delle guerre fin dai tempi di Alessandro Magno, tre secoli prima di Cristo, quando storia e mito narrano che una nevicata frenò la marcia del capo macedone verso l’India. Nell’inverno del 1572 il gran gelo aiutò gli archibugieri olandesi a beffare con i pattini da ghiaccio l’esercito spagnolo. A metà maggio del 1800 la neve e il ghiaccio ostacolarono seriamente la discesa di Napoleone in Italia attraverso il Colle del Gran San Bernardo, costringendo il generale Marmont a impiegare slitte e tronchi d’albero per trasportare i pezzi dei cannoni, e l’armata a marciare di notte per evitare le valanghe. In pieno Novecento, durante la Prima guerra mondiale, la neve e il ghiaccio trasformarono il fronte alpino austro italiano in una frontiera dai caratteri himalayani. Il ghiaccio e le basse temperature furono i nemici più seri da combattere nel corso della Guerra bianca. L’abilità alpinistica, l’abitudine ai rigori della montagna e la capacità di sopravvivenza dei soldati contarono assai più delle armi e delle strategie, come raccontano le incredibili azioni dall’Adamello all’Ortles al San Matteo, in particolare, senza dimenticare la fantastica Città di Ghiaccio scavata dagli austriaci nel ghiacciaio della Marmolada, con tanto di illuminazione elettrica, linea telefonica e reticolato di vie interne. La lezione del ghiaccio si ripeté nella Seconda guerra mondiale con la tragica ritirata di Russia, quando le tormente, la fame e il gelo siberiano annientarono la resistenza dei giovani militari allo sbaraglio:
Non ho il coraggio di parlare ai miei compagni di case, di vino, di primavera – scrive Mario Rigoni Stern ne “Il Sergente della neve” –. A che gioverebbe? A buttarsi sulla neve e dormire e sognare queste cose e poi svanire nel nulla, nel niente, e sperdersi, sciogliersi con la neve a primavera nell’umore della terra.
In tempo di pace il ghiaccio ha condizionato le rotte dei commerci navali dall’estremo nord al più selvaggio sud del pianeta, il ghiaccio ha ispirato nuove architetture e prodotto futuristiche tecnologie, il ghiaccio ha modificato gli stili di vita dei popoli del freddo generando adattamenti e risposte geniali, e attrezzi risolutivi. I ghiacciai polari, descritti come le ultime macchie bianche del pianeta, hanno acceso le sfide dell’esplorazione difendendo le frontiere della geografia e soffiando sul mito dell’ultima Thule. Oltre il confine della conoscenza svanivano le certezze della scienza e iniziavano le visioni degli avventurieri. A partire dalle pitture fiamminghe, spaziando dall’Europa agli altri continenti, il ghiaccio e i ghiacciai hanno ridisegnato panorami di mondi e genti.
Il rapporto con il ghiaccio muta radicalmente nel Settecento, con un rovesciamento totale dei valori. Il Settecento è il secolo della svolta. Quegli stessi ghiacciai che avanzando minacciosamente verso valle insidiavano la vita, la pace e i sonni dei montanari, cominciano ad accendere il sentimento e l’interessamento dei cittadini. Da pattumiera del mondo fisico, in pochi decenni le Alpi vengono promosse a oggetto delle indagini illuministe e a rifugio della spiritualità romantica. Da un lato gli scienziati iniziano una capillare opera di esplorazione del territorio alpino per fare luce sull’origine dei fossili, sulla nascita dei fiumi e sulle teorie dei ghiacciai, risolvendo molti problemi cartografici, dall’altro lato gli uomini d’arte e di lettere influenzati da Haller e Rousseau scoprono nei luoghi malfamati del passato l’impronta della bellezza. Le cascate e i ghiacciai alpestri, cioè l’acqua nelle sue forme, diventano ricercate mete di escursioni, destando la meraviglia dei viaggiatori e impreziosendo con i loro “deliziosi orrori” i taccuini dei borghesi e degli artisti che si addentrano nelle vallate. Nascono il viaggio e il turismo alpini.
A iniziare dall’Inghilterra, che conosce da più tempo i fumi e il rumore delle fabbriche, i borghesi colti stigmatizzano i limiti dell’urbanizzazione. Le città chiassose e inquinate sono bollate come la nuova Babilonia, mentre gli abitanti dei luoghi naturali (le Alpi, prime tra tutti) diventano i simboli dell’innocenza e delle virtù perdute.
La percezione romantica presto evolve dal “pittoresco” al “sublime”. Si supera il concetto di bellezza classica regolato dall’ordine e dall’armonia. Non conta soltanto l’oggetto in sé, contano gli occhi di chi osserva e si emoziona, liberandosi dagli steccati mentali. Così anche il “disordine”, la furia e la paura dei ghiacciai acquistano dignità estetica e lo spavento viene sublimato. Con il romanticismo le montagnes maudites, ultime isole inesplorate nel cuore del continente più civilizzato della Terra, si riprendono il fascino delle terre ignote caricandosi di nuove interpretazioni simboliche e dischiudendo le porte all’arte, alla letteratura, al viaggio e all’esplorazione alpinistica.
I turisti colti e agiati vivono sulle Alpi le stesse emozioni dei viaggi esotici, individuando geografie e sentimenti ancora da scoprire. La montagna diventa una palestra per il corpo e lo spirito. All’antica e fortunata industria delle cure termali, si affianca una forma attiva di apprendimento e godimento dei fenomeni naturali. Cullata dalle elegie dei poeti e trascinata dalle emozioni degli alpinisti, prende piede la moda del Grand Tour attraverso le Alpi, un viaggio ai confini del fantastico. E al centro c’è sempre la contemplazione di un ghiacciaio.
Il turismo, la sua etica e la sua estetica si rafforzano per circa due secoli, finché l’immaginario cambia di nuovo a fine Novecento, quando gli scienziati ammoniscono l’umanità sulle conseguenze dell’effetto serra e la gente comincia a temere il riscaldamento globale. Il ghiaccio diventa il simbolo della materia preziosa ed effimera. Vedendo gli orsi polari che vanno alla deriva sulle zattere di ghiaccio, guardando gli iceberg che si disfano come castelli di carta e i ghiacciai che fondono a vista d’occhio, anche le persone più distratte si sentono coinvolte. La paura e la presa di distanza di un tempo lasciano il posto allo stupore, all’identificazione e non di rado al rimpianto verso una meraviglia della natura che era nostra e forse non lo sarà più. Il ghiaccio è il termometro più visibile del cambiamento climatico e la sua fulminea fusione è la rappresentazione più inequivocabile del nostro squilibrio ambientale. In pochi anni la vecchia immagine del ghiacciaio crudele e vendicatore è stata sostituita dall’idea di una cosa fragile che scompare senza lasciare traccia. Il nostro giardino perduto.