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La bellezza originaria

Il Monte Bianco va in scena la prima volta il 15 marzo 1852 all’Egyptian Hall di Piccadilly, su iniziativa di un certo Albert Smith, una specie di signor Rossi britannico che si è fatto un nome firmando articoli, commedie, romanzi e pantomime. Dopo avere scalato il Bianco con le guide di Chamonix, Smith si scopre geniale venditore di se stesso e di ritorno dall’ascensione allestisce un diorama destinato a raggiungere le duemila repliche, a fargli guadagnare più di trentamila sterline e a portare nelle sale i brividi dell’alta montagna e gli esotici splendori dei ghiacciai e delle cime. In duemila appuntamenti gremiti di folle curiose ed entusiaste Smith conquista la borghesia vittoriana.
Da allora il Monte Bianco diventa un soggetto da copertina. Non come il Cervino, che per la sua forma rappresenta la montagna perfetta, piuttosto come una cattedrale di roccia e ghiaccio, o come un giardino segreto, o il paese delle meraviglie. Perché il Bianco è un edificio geologico che nessun architetto al mondo saprebbe disegnare, nemmeno un’archistar. E pensare che è stato progettato dal vento, dalla pioggia e dal gelo. La cima assomiglia a un pan di zucchero, ma le colonne dell’edificio sono candele di granito rosso e vertiginoso, tagliato da fessure e diedri. I pilastri della cattedrale. In mezzo ai pilastri salgono i ghiacciai, ed è lì che sono saliti anche i primi alpinisti, poi gli è montata la voglia di esplorare e hanno cominciato a guardare alle creste, agli speroni e alle guglie di protogino, le più fotogeniche delle Alpi. Alla fine gli scalatori hanno visto anche i pilastri, che erano sogni grandi e proibiti. Se fossero a duemila metri sarebbero una palestra a cinque stelle, a tremila un’arrampicata da favola, a quattromila sono delle belle avventure. Per arrivarci bisogna ripassare tutti i capitoli della guida del Monte Bianco: la foresta di larici, la zona dei pascoli, le placche montonate, la morena, le piante pioniere, i primi nevai, il ghiacciaio, la seraccata, la crepaccia terminale e finalmente… la roccia.
Il più famoso è il Pilone centrale del Frêney: nel luglio 1961, tentandolo, morirono quattro alpinisti giovani e forti nella tempesta; un mese dopo Whillans, Bonington e Desmaison scalarono il Pilone sudando in maniche di camicia. Il Bianco è così: può mostrarsi cattivo o accogliente, dipende dai disegni delle nuvole. Poi conta molto lo sguardo degli alpinisti, che negli anni ottanta dell’altro secolo hanno scoperto che si potevano scalare le guglie (le Aiguilles) come se non ci fossero i ghiacciai intorno. Togliendosi dalla testa i miti e i tabù, la generazione di Piola e Vogler ha portato l’arrampicata sportiva nel vecchio santuario dell’alpinismo, aggiungendo al piacere e alla difficoltà lo sfondo, lo scenario e lo spettacolo. Sul Bianco è nata la moderna arrampicata d’alta quota, che oggi è sempre più facile perché fa sempre più caldo, ma anche più difficile perché si allargano le terminali, si sgretolano le rocce, fonde il permafrost e viene giù tutto. È caduta anche la parete ovest del Petit Dru, che sembrava un marchio di solidità e durata. Mentre Bonatti moriva in una clinica romana precipitava il pilastro che lui aveva firmato nel 1955.
Crolli a parte, oggi sul Bianco si può spaziare dalle placche assolate sopra i prati della Val Ferret agli spot adrenalinici dei satelliti del Tacul, dalle vie possenti delle Aiguilles de Chamonix all’infinita cresta dell’Aiguille Noire e altre cavalcate come le Aiguilles du Diable, dai pilastri a portata di mano del Mont Blanc du Tacul alle grandi pareti est-sud dell’Envers des Aiguilles, fino alle scalate in capo al mondo di Brouillard, Frêney e Grandes Jorasses. Tutto è stato fatto e tutto si può fare, come se la storia dell’arrampicata avesse sovrapposto strati e visioni sulle forme del granito, e dopo la decantazione delle mode ogni strato recuperasse la dignità e la bellezza originaria. Oggi il rocciatore del Monte Bianco è un geologo della storia, anche se non se ne rende conto.