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Città e montagna: l’unico turismo possibile

Atti del 47. Corso di Cultura in Ecologia, Centro Studi per l’Ambiente Alpino L. Susmel, S. Vito di Cadore, 6-8 giugno 2011

Si usa contrapporre il mondo della montagna a quello della città, attribuendo alla montagna caratteri di “naturalità” e arcaicità (un po’ parco e un po’ museo) e alla metropoli espressioni di modernità e innovazione. Naturalmente si tratta di un luogo comune, che affonda ancora le sue radici nella matrice romantica della montagna, o meglio della scoperta urbana delle Alpi risalente alla seconda metà del Settecento. Ma oggi il panorama è completamente è cambiato, e per riflettere sulle relazioni tra montagna e città, dunque tra sguardi interni e sguardi esterni alle Alpi, o tra “locale” e “globale”, occorre affrontare un salto di prospettiva culturale. Non valgono più i vecchi concetti di cultura “alpina” e cultura “urbana”. Bisogna spostare il punto di vista.
Il geografo Eugenio Turri ha scritto:
«Difendere la valle, la sua identità oggi si può non tanto chiudendosi in una Heimat senza speranza, ma coltivando le passioni locali e nel contempo dialogando con l’esterno, quindi con la megalopoli. Come dire che ci vuole una duplice cultura, unica condizione per vivere o sopravvivere nel difficile mondo della complessità che ci assedia».
Ecco il punto fondamentale: una cultura sola non basta più. Chi si illude di salvare e rilanciare la montagna con una pur nobile difesa della sua memoria, della sua autonomia, delle sue tradizioni, ignora che il nostro mondo – almeno il mondo europeo – vive ormai di un’unica cultura, quella metropolitana, e che ogni alternativa può nascere solo all’interno di essa e non a chimerica difesa di un passato autarchico che non esiste più (o non è mai esistito affatto). In altre parole l’identità alpina non può porsi come un “locale” impermeabile al “globale”, ma può rivendicare forza e dignità solo se accetta di misurarsi con il “mondo di fuori”, recependone le sollecitazioni utili e facendone emergere i limiti e le contraddizioni.
In tal senso va analizzata la complessa e difficile relazione tra cultura interna e cultura esterna, che viene spesso declinata come uno scontro-incontro fra tradizione e turismo, ma in realtà non è altro che l’incontro-scontro tra interno alpino ed esterno metropolitano. Le due culture, appunto.
Anche in riferimento alla “tradizione” credo occorra spostare i termini della questione, perché “tradizione” non è un concetto statico, la tradizione non si può congelare, ma appartiene a una realtà culturale in continuo divenire attraverso scambi, condizionamenti e contributi esterni. Dunque, riferendoci alla realtà alpina contemporanea, si può notare come il turismo faccia già parte della cultura alpina ottocentesca, e nel Novecento sia diventato “tradizione” esso stesso, cioè cultura locale motivata e condizionata da spinte esterne.
Con grande lungimiranza l’abbé Gorret scriveva nell’Ottocento:
«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato».
Gorret ragionava ancora nei termini dei “due mondi” contrapposti – città e montagna –, ma aveva capito perfettamente che, non foss’altro che per ragioni economiche, non si può proporre al turista una “copia” (bella o brutta che sia) del suo stesso mondo, cioè della città. Non si può e non si deve proporre un luogo in cui le automobili, le strade, le architetture urbane, i motori, gli impianti a fune annullino le specificità ambientali della montagna trasformandola in un surrogato.
Ma anche la visione opposta, di un mondo “vergine” e “incontaminato”, porta in sé un’insanabile contraddizione, come avrebbero osservato molti anni dopo gli studiosi dei flussi turistici diretti verso i paradisi esotici del pianeta. Perché il turismo “mangia” se stesso, nel senso che consuma e distrugge ciò che cerca:
«La vacanza turistica è un’attività che si alimenta del mito della verginità da svelare e dell’incontaminato da contaminare. Più il turismo sale, più il valore edenico di un luogo scende» scrive l’antropologo Duccio Canestrini.
Nessun luogo può rappresentare meglio delle Alpi questo paradosso, perché nessun luogo si è nutrito più a lungo e in profondità di orizzonti puri, ideali assoluti, altezze liberatorie, natura rigeneratrice, tutti valori violentemente annientati o falsificati dal turismo di massa fondato sul modello consumistico.
Il turismo non è un fenomeno diverso dalle altre attività commerciali, e come tale si basa sul consumo: di beni immateriali come la bellezza (dell’ambiente), la spettacolarità (delle montagne), il silenzio, la “genuinità”, la “tradizione”; di attrattive folcloriche che, adeguatamente pilotate, rispondano alle aspettative dei cittadini romantici e orfani del passato. In tal modo ogni località, ogni valle, ogni comprensorio alpino si è visto costretto a ridefinire se stesso e a “reinventarsi” a uso e consumo della città, con processi di rappresentazione che spesso non coincidono con l’anima del luogo, ma sono semplicemente il frutto dell’adattamento a modelli governati dalle regole del mercato turistico. Una falsificazione, insomma.
Ma allora, se non si può proporre la “città in montagna” e neppure la falsificazione della montagna romantica, del bel tempo che fu, su quali contenuti possono basarsi un abitare e frequentare le Alpi responsabili e capaci di futuro?
Non esiste strada diversa da quella del dialogo tra le due culture, perché la città stessa si convinca dei valori che ha perduto cercando, in montagna, di individuare nuove soluzioni, imparare altre visioni, differenti rapporti con il territorio, diversi e più lungimiranti modelli di sviluppo. La montagna di domani sarà il risultato di un lungo e delicato processo di relazione e scambio con il modello urbano, e potrà candidarsi come risposta convincente e durevole proprio se saprà proporsi in alternativa alle patologie di un consumismo illimitato e senza futuro.
In questa prospettiva vanno riconsiderati i rapporti tra montagna e città, dunque tra “montanari” (vecchi e nuovi) e “cittadini” di ogni specie. Non nei termini di un incontro tra passato e presente, o fra tradizione e innovazione, ma in quelli (molto diversi) di un mondo fragile ed eccezionale che incontra un mondo (apparentemente) più solido e sicuro di sé, ma che di fatto – proprio in funzione delle sue fragilità – può indicare alla pianura il senso del limite, il valore del tempo, un diverso modo di intendere lo “sviluppo”, meno schiavo del consumo e più interessato alla qualità della vita.
Con questa prospettiva si possono contrastare le tentazioni del turismo cittadino di stampo coloniale, ma anche le chiusure di montanari che – pur beneficiando dell’industria turistica, o di altre agevolazioni territoriali – si concedono con grande sufficienza, ospitando senza garbo né convinzione, certi che il mondo di sopra non avrà mai niente da spartire con quello di sotto. Non è più così, siamo tutti parte dello stesso mondo.
Altra domanda è: chi saranno i “montanari” di domani? Ecco un punto cruciale: valligiani disillusi che sognano la strada della città, oppure cittadini intraprendenti che decidono di salire in montagna per rilanciare “vecchie” attività con idee nuove, beneficiando delle tecnologie che riducono i tempi e le distanze? Sono forse più “montanari” questi pionieri che scelgono di vivere in un ambiente difficile spinti da una forte motivazione etica ed ecologica, o i nativi che non hanno scelto di venire al mondo nel chiuso di una valle, e dall’età della ragione non sognano altro che scappare via? Si è montanari per nascita o per vocazione?
Credo che nel prossimo futuro, per il bene delle persone e per il bene dell’ambiente alpino, si sarà sempre più montanari per scelta. Tanto più la montagna sarà capace di comprendere la cultura globale reinterpretandola, tanto più sarà padrona di sé. Naturalmente non chi imita acriticamente lo stile di vita urbano e non fa altro che estendere le patologie della città alla montagna, ma il montanaro consapevole, che ha sperimentato i benefici e i limiti del modello urbano e sulle Alpi (o sull’Appennino) sogna di tentare nuove vie: il turismo dolce, le energie rinnovabili, la ricerca scientifica, l’agricoltura biologica, l’allevamento a misura d’uomo e di animale, la sobrietà dei consumi, la qualità dell’abitare, una felicità “sostenibile”.
Il geografo Werner Bätzing scrive:
«Per la stabilizzazione ecologica dei paesaggi culturali divenuti instabili e per la conservazione delle Alpi come spazio economico non è sufficiente elaborare programmi settoriali… C’è bisogno di un modo di fare economia che riconosca una grande importanza alla produzione ecologica, e di una cultura che consideri socialmente ragionevole questa forma economica e sviluppi una comune responsabilità. Senza un cambiamento fondamentale non si può realizzare uno sviluppo sostenibile. Ma con altrettanta chiarezza le Alpi ci fannno capire che senza un simile cambiamento il nostro sistema economico e sociale non ha futuro e distrugge per sempre le proprie basi materiali e immateriali.
Questi nessi vengono oggi ripresi e discussi in molte località d’Europa. In questo dibattito le Alpi potrebbero però assumere un ruolo di “battistrada”: poiché in passato, proprio prendendo a modello le Alpi, l’Europa ha sviluppato la propria concezione della natura e dell’ambiente con immagini particolarmente dense, intense e impressionanti; sempre facendo riferimento alle Alpi si potrebbero discutere con particolare vigore anche le questioni di fondo dello sviluppo sostenibile… In tal modo le Alpi – proprio come “caso normale”! – potrebbero diventare le antesignane di uno sviluppo sostenibile in Europa».
In questa visione le Alpi si pongono – sempre per usare le parole di Bätzing – come «una regione unica al centro dell’Europa», superando completamente il vecchio limite dei confini nazionali. Ma anche un altro significato di “confine” è ormai superato dai fatti, ed è quel limite invisibile che separa il vecchio dal nuovo, l’alto dal basso, la montagna dalla pianura, la cosiddetta “cultura alpina” dalla cultura urbana.
Paradossalmente la sopravvivenza della montagna, e delle Alpi in particolare, dipenderà dalla loro capacità di trasformazione e dalla disponibilità a “contaminarsi” con altre culture difendendo i valori di base. Pena la museificazione o l’estinzione. La cultura alpina ha bisogno della cultura della città (ampiezza di visione, capacità di programmazione), così come i cittadini hanno bisogno delle montagne per ritrovare cieli liberi e tempi liberati.
L’altrove non sta più nel “paradiso perduto” delle antiche genti walser, oltre le creste del Monte Rosa, dunque in un luogo estraneo nel tempo e nello spazio, e neppure nella proiezione romantica che contrapponeva con fede cieca la purezza delle vette alla corruzione del piano.
L’altrove sta qui e ora, nel rovescio di questo stesso mondo, in una proposta contemporanea che non deriva dalla distanza o dall’irrangiungibilità, ma da una vicinanza di tempo e spazio che si fa avventura, alternativa e rifugio perché trattiene a sé valori centrifugati da un mondo disincantato: la lentezza, l’immaterialità, il silenzio, la vita comunitaria, i ritmi naturali.
Questi valori a prima vista ancestrali, perché apparentati con le società arcaiche, diventano attualissimi se letti come “altro” di una società frenetica, utilitarista, rumorosa, individualista e artificiale. Allora il passato assomiglia al futuro, e la tradizione ha sentore di avanguardia.