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Tetto del mondo vendesi


Per i tibetani è Chomolungma, la “madre dell’universo”, e i nepalesi lo chiamano Sagarmatha. Everest è un’invenzione europea, in onore di un geografo britannico. Quando finalmente nel 1953 Hillary e Tenzing scalano il tetto del mondo, lo scrittore Dino Buzzati si chiede con romantico disincanto: «Guardatela, ora, la superba montagna, la solenne cattedrale che fino al 29 maggio poteva essere creduta un miraggio, una parvenza, un mito. Non è forse più piccola di ieri? Non è in un certo senso meno bella?».
Buzzati ha visto giusto, eppure non immagina che in pochi decenni il sogno si trasformerà in prodotto e i discendenti di Tenzing Norgay, il primo sherpa capace di salire sull’Everest con sir Edmund Percival Hillary, diventeranno guide al servizio delle grandi spedizioni commerciali e rischieranno quotidianamente la vita per preparare i campi e fissare le corde dei ricchi occidentali innamorati di un primato.
Era già successo sulle Alpi ma sembrava impossibile a che si ripetesse a ottomila metri, perché ottomila è cifra estrema e irraggiungibile. Era già successo anche ai poli, la penultima frontiera, prima che gli esploratori di inizio Novecento scoprissero che verticalizzando la lettura delle mappe geografiche i mitici ottomila diventano il terzo polo. Così la frontiera si era spostata in Himalaya e Karakorum, e Filippo De Filippi, cronista della spedizione del Duca degli Abruzzi, aveva scritto nel 1909: «Questi son monti ai quali non si può guardare senza turbamento, sembrano racchiudere misteri paurosi».
Era terra inesplorata e ogni comunità alpinistica coltivava il suo incubo e il suo sogno. Dopo l’esplorazione del Duca degli Abruzzi l’Italia era legata a filo doppio al K2; dopo la scomparsa di Mallory e Irvine sulla cresta dell’Everest la Gran Bretagna voleva la cima più alta; dopo la morte di Welzenbach e Merkl la Germania cercava la rivincita sul Nanga Parbat. Ogni paese uscito dalla seconda guerra mondiale progettava di issare la bandiera della patria su un gigante dell’Asia, perché i quattordici ottomila offrivano il sigillo della supremazia ai vincitori e la possibilità del riscatto ai vinti.
Rompendo gli indugi, nel 1950 i francesi vanno all’assalto dell’Annapurna, la dea dell’Abbondanza. La spedizione è diretta da Maurice Herzog che osserva sbalordito: «Non ho mai visto una montagna così grande in ogni proporzione. È un mondo nello stesso tempo rutilante e minaccioso, dove l’occhio si perde». I rischi dell’ascensione sono altissimi, e anche se le cordate si affidano a Lionel Terray, Louis Lachenal e Gaston Rébuffat, tra i migliori alpinisti e guide del dopoguerra, la salita si rivela bestiale, quasi un suicidio. Il prezzo è alto: Herzog e Lachenal, in vetta il 3 giugno, scendono esausti e gravemente congelati.
Il 1953 è l’anno dell’Everest. Ragioni politiche impediscono di ritentare la via di Mallory, dunque si va dal Nepal. La fierezza britannica e una magnifica macchina organizzativa sorreggono la spedizione di John Hunt, colonnello dell’esercito di sua Maestà. Nella stessa fortunatissima stagione il fuoriclasse austriaco Hermann Bull sale in solitaria il Nanga Parbat, la Montagna Nuda, con un gesto che anticipa il futuro. L’anno dopo tocca al K2 e alla discussa spedizione di Ardito Desio, che porta in cima Lino Lacedelli e Achille Compagnoni. Il 31 luglio 1954 suonano le campane e si fermano le fabbriche. Ovunque, lungo lo Stivale, aprono bar intitolati al K2, l’esotica sigla che fa sognare e piangere d’orgoglio gli italiani.
L’avventura continua con l’ascensione dei restanti ottomila e con le prime vie difficili: il versante Diamir del Nanga Parbat nel 1962, la parete sud dell’Annapurna nel 1970, il pilastro ovest del Makalu nel 1971, la Sud ovest dell’Everest quattro anni dopo. Le spedizioni affrontano un lavoro pesante e costoso: tonnellate di materiale, centinaia di portatori, alpinisti, mediatori culturali, campi base, campi intermedi, corde fisse, bombole di ossigeno; e poi agenti e sponsor. Reinhold Messner e Peter Habeler si ribellano alla regola nel 1975, salendo in stile leggero la parete nord ovest dell’Hidden Peak. Nel frattempo il giovane Peter Boardman, un genio che porta i capelli alla George Harrison, torna trionfatore dall’Everest, e l’Inghilterra è fiera del suo ragazzo, ma lui si sente un perdente quando scopre che gli amici Joe Tasker e Dick Renshaw sono appena stati sul Dunagiri senza nessuna spedizione al collo. Così dopo nove mesi di sbornie e preparativi, Boardman e Tasker ripartono per l’Himalaya del Garhwal come due studenti in viaggio, verso la Montagna di Luce. A Delhi li scambiano per hippies sulle strade dell’India. Non hanno la faccia da duri, e nemmeno gliene importa. Infine vedono lo spaventoso scudo del Changabang e pensano «che ci facciamo qui?», ma giorno dopo giorno si avvicinano al triangolo di granito, lo sfiorano, lo graffiano, ci credono. Salgono leggeri all’inverosimile, completamente isolati, perduti, liberi.
Come sulle Alpi molti anni prima, la caduta delle inibizioni sprigiona contemporaneamente le visioni dei pochi e il conformismo della massa. Mentre sulle cime dell’Asia si replicano l’accelerazione e la specializzazione che hanno cambiato faccia all’alpinismo europeo, inaugurando fantastici exploit e rivelando talenti di ogni provenienza, le agenzie pensano al turista, al trekker e a chi vuole comperarsi un ottomila. Negli anni Ottanta, a cominciare dal Nepal, viene esportata la logica occidentale dei grandi numeri, che impingua le casse dei governi locali, assicura lavoro agli sherpa e produce preoccupanti fenomeni di inquinamento. Nel 1990 almeno 16.000 persone hanno già tentato di raggiungere un ottomila e circa 1800 ci sono riuscite; tenendo conto che nel 1978 il totale era inferiore alle 500 persone, si può immaginare la crescita dell’impatto economico e ambientale.
Al tempo di George Mallory, il sacro Sagarmatha era il luogo dell’estrema solitudine terrestre, un posto in cui si dialogava con il mistero della vita e della morte. La vetta ricordava all’uomo che lassù abita il dio del ghiaccio; chi lo sfidava era un eretico, o un pazzo, o un uomo di esagerata fede. Poi sono venute le spedizioni pesanti, che con spirito sciovinista e strategia militare hanno messo in riga il tabù degli ottomila metri. Scalare l’Everest è diventato un problema di organizzazione, una specie di guerra senza il nemico, finché i giovani ribelli degli anni Settanta hanno detto «basta!, via le zavorre e le bandiere!, bisogna fare pace con la montagna». I ragazzi della contestazione sono saliti con la leggerezza delle farfalle e le loro corse hanno riacceso il mito, reinventandolo e democratizzandolo. Di questo ha approfittato il marketing di fine secolo: «l’Everest è facile, l’Everest è per tutti». Non era vero, naturalmente, occorreva lavorare sul prodotto con sofisticate tecniche di promozione, le stesse delle agenzie turistiche, ed evoluti materiali da scalata, cioè un arsenale di bombole piene di ossigeno, campi di viveri e tende e chilometri di corde e scale per addomesticare i punti più difficili. Bisognava commercializzare il sogno, e così s’è fatto.
Il trend di crescita del business himalayano non si è più fermato: nella stagione premonsonica del 2019 il Ministero del Turismo nepalese ha rilasciato 868 permessi di scalata sul territorio nazionale, in particolare per l’Everest, il Lhotse, il Makalu e l’Ama Dablam. 659 alpinisti sono arrivati in cima al tetto del mondo da sud. Solo uno c’è riuscito senza usare l’ossigeno. Quasi tutti facevano parte di spedizioni commerciali e tutti usavano le corde fisse. Aggiungendo i 264 scalatori saliti da nord fanno 923 persone sull’Everest in una stagione, che è il nuovo record, non certo l’ultimo. Le fotografie con le cordate incolonnate all’Hillary Step come ai grandi magazzini hanno fatto il giro del mondo, trasformando il simbolo di maggiore inaccessibilità del pianeta in un affollato luogo di consumo. Nonostante l’organizzazione più lunare che terrestre predisposta dalle agenzie, undici clienti hanno perso la vita sulla montagna in poche settimane: nove sul versante nepalese e due su quello tibetano. Solo una delle undici vittime è precipitata durante la scalata; tutti gli altri sfortunati alpinisti sono morti per impreparazione fisica e per patologie d’alta quota.
Oggi il sogno di scalare la cima del mondo abita in chi paga centomila dollari e si fa portare perfino le bombole dalle guide nepalesi, respirando la vita dalle spalle di un altro, e da una macchina, come un malato terminale. Ma il sogno alberga allo stesso tempo in chi cerca avventura e bellezza sulle rotte himalayane meno frequentate, in chi si accontenta di sei o settemila metri, perché in fondo quell’otto è solo un feticcio, oppure, ai piani alti, nei pochi che affrontano l’Himalaya nella stagione più cruda, l’inverno, ritrovando quasi l’isolamento dei pionieri. Il sogno resiste, e anche il mito, e sogno e mito muovono business e avventura, rinascendo a primavera come le acque sacre dei ghiacciai.