Pubblicazione

Rubrica Storie

Editoriale bimestrale sulla rivista Orobie.

I ghiacciai ci parlano di persone e sentimenti (agosto 2018)
Ancora non sappiamo se le copiose nevicate di quest’inverno resisteranno al caldo dell’estate portando un po’ di “ciccia” ai magri ghiacciai delle Alpi. Però sappiamo che i ghiacciai ci parlano delle epoche passate, perché immagazzinano i pollini e altri segnali del tempo, e ci parlano anche delle storie delle persone perché congelano i corpi e i sentimenti, restituendoli quando piace a loro.
Nel 1982 il regista viennese Fred Zinnemann, reso celebre da film hollywoodiani come “Mezzogiorno di fuoco”, ma intensamente legato alle radici austriache, gira sul Bernina svizzero Five Days One Summer (“Cinque giorni un’estate”). Il film interpretato da Sean Connery, Betsy Brantley e Lambert Wilson resta ancora oggi l’incontro più fortunato tra la montagna e il grande cinema, anche se si rivela un fiasco nelle sale americane e in Europa non va oltre un discreto successo. Zinnemann ricostruisce il mondo alpino della gioventù con una speciale cura dei dettagli e delle atmosfere (l’albergo ai piedi dei ghiacciai del Bernina, la vita nel villaggio contadino, i tempi rarefatti della notte in rifugio, l’attesa e il brivido dell’ascensione). In due ore di pellicola riesce a sintetizzare la complessa simbologia romantica della montagna e il delicato rapporto tra cultura alpina e forestiera. Fin dal primo incontro tra il valligiano e i due cittadini si intuisce che l’innocenza della guida alpina, come un grimaldello, è destinata a scardinare il fragile equilibrio della coppia borghese e a scivolare in tragedia.
La scena più memorabile del film si lega a una leggenda ancora viva nella memoria della gente dell’Engadina e narra di un corpo perfettamente conservato dal ghiaccio, un uomo eternamente giovane nella morte. Quarant’anni prima, alla vigilia delle nozze, un montanaro del villaggio si era avventurato a caccia di camosci sul ghiacciaio ed era scomparso con il suo segreto. Zinnemann, con un colpo di teatro degno del grande maestro, inscena l’incontro ai piedi del ghiacciaio tra la fidanzata del cacciatore, ormai vecchia e curva, e il promesso sposo eternato dal gelo. L’atmosfera è sottolineata dallo scioglimento del ghiaccio in rivoli sporchi e dal mesto corteo dei soccorritori, con la barella di fortuna, sotto la nebbia incolore di fine stagione. La vecchia montanara si avvicina al suo uomo giovane ma inerte con il sorriso di chi ha compreso il mistero del tempo, che forse consiste solo nel non opporsi alla vita.

Oggi montanari non si nasce ma si diventa (consapevolmente) (giugno 2018)
Si parla ancora di gente di montagna e gente di città, come se il mondo globalizzato potesse permettersi queste separazioni. Signori, i tempi sono cambiati! La storia del montanaro duro e puro è una favola che ci portiamo appresso da Rousseau, che vedeva nelle popolazioni alpine virtù ormai assenti tra i cittadini corrotti. Era il mito del “buon selvaggio”, che nel 700 suscitava in Albrecht von Haller queste espressioni:
«Nelle loro vene scorre sangue sano, non viziato
Da veleni ereditari, né amareggiato dall’ansia,
Corrotto da vini stranieri, infetto da sifilide…»
La presunta virtù dei valligiani trovava fondamento nella convinzione che montanari si nasca per una sorta di predestinazione naturale, e che solo il montanaro possa generare un proprio simile. Era tutto falso, perché oggi sappiamo che la gente ha sempre dovuto imparare a vivere sulle montagne, adattandosi all’ambiente alpino. I Walser per esempio, fiero popolo montanaro e raffinato interprete della civiltà alpina, erano coloni provenienti dalle pianure del nord. Alla ricerca di nuove terre, si adattarono a vivere prima tra i monti del Vallese e poi nelle valli a sud del Monte Rosa. Nemmeno i mitici Walser nacquero “imparati”.
Questo ci aiuta a riflettere sugli inevitabili contatti tra le popolazioni alpine e la gente di fuori che, in epoca di globalizzazione diffusa, cambiano la vita delle Alpi e i riferimenti tradizionali degli abitanti. Già sappiamo che i pastori marocchini si adattano meglio dei nostri alla dura stagione sugli alpeggi, così come i ricchi contadini sudtirolesi spesso faticano a trovare una moglie del posto ancora disposta a dividere la solitudine del maso, mentre le donne dell’Est Europa sono più aperte alla proposta. Oggi montanari non si nasce ma si diventa, perché si sceglie liberamente e consapevolmente di sperimentare uno stile di vita forse più duro e di certo più scomodo di quello urbano, a patto che la qualità dell’esperienza ripaghi dei sacrifici e delle privazioni.
La differenza epocale è ormai un’altra: tra i montanari per scelta e quelli per forza. Mi riferisco ai rifugiati che vengono confinati nelle valli alpine e che a volte, tra mille difficoltà, trovano modo di integrarsi nelle comunità locali. Penso ai migranti che tentano di attraversare la frontiera per fuggire in Svizzera, Austria e Francia, diventando montanari per un giorno e rischiando di rimanerci per sempre. Congelati.

Cinquant’anni fa (o quasi) il Sessantotto degli alpinisti (aprile 2018)
Cinquant’anni fa era il 1968, l’anno che ha scombinato il mondo. Il Sessantotto dell’alpinismo è arrivato in ritardo, intorno al 1972, quando alcuni giovani torinesi ispirati da Gian Piero Motti hanno immaginato una nuova arrampicata sulle pareti di gneiss della Valle dell’Orco. È stato un duello cavalleresco tra generazioni, all’insaputa dell’avversario. Una primavera breve, intensa e non del tutto consapevole. La lotta di liberazione dall’alpinismo eroico è durata tre anni, dal 1972 al 1975, consumandosi tra itinerari fantastici e utopie. Nei nomi delle vie consegnate alla leggenda predominano i pellerossa (Il lungo cammino dei Comanches, il Diedro Nanchez), con derive psichedeliche (la via Cannabis, gli Strapiombi delle visioni) e socio-politiche (la via della Rivoluzione). Il primo itinerario si chiama inequivocabilmente via dei Tempi moderni, sul muro più bello della valle, che i piemontesi hanno battezzato ironicamente Caporal perché è la miniatura del Capitan della California.
Il Nuovo Mattino torinese ha una sponda tra le montagne valtellinesi, nell’incantevole Val di Mello, laterale della Val Masino, su un granito più gentile dello gneiss dell’Orco e su pareti ancora più alte e selvagge, con placche senza respiro. All’ombra del Pizzo Badile, esplorando salti senza cima e precipizi senza nome, i ribelli lombardi scoprono vie di pietra come Il risveglio di Kundalini, Alba del nirvana e Nuova dimensione.
Dopo l’infelice battuta volata a un convegno di alpinisti, i ragazzi di Sondrio si fanno chiamare «Sassisti» pavoneggiandosi del termine dispregiativo.
«Siete solo dei Sassisti!», li accusano quelli con la patacca.
«Lo siamo e ce ne vantiamo. Per questo scaliamo così bene.»
Poi ci sono i milanesi e il carismatico Ivan Guerini, che ha insegnato ai valtellinesi che si può scalare un masso per il piacere di giocare, senza fini di allenamento, e che scordandosi la prestazione ci si diverte di più e si arrampica molto meglio.
Con il rinascimento del Nuovo Mattino la vetta sparisce: non c’è più nessun fine, e nemmeno una fine dell’ascensione. Per terminare l’arrampicata bastano l’allentarsi del vuoto e l’esaurimento del precipizio. «La via porta all’altopiano», insegna Gian Piero Motti, e non è un modo di dire ma un modo di pensare. Significa che la cima è superflua. Oggi, per chi scala in falesia, è una cosa ovvia come la luce del sole; tanti anni fa è stata una rivoluzione.

Mountain Wilderness: 30 anni non è cambiato quasi niente (febbraio 2018)
Il divorzio tra gli ambientalisti e il Club Alpino Italiano si consuma a Biella nell’autunno del 1987, in un teatro bordato di rosso e in un clima risorgimentale. Gli alpinisti fanno autocritica, ammettendo i propri errori. Le tesi di Biella riconoscono che «la comunità degli alpinisti ha precise responsabilità nella degradazione della wilderness montana…» Nel mirino della protesta ci sono tutte le scorciatoie che banalizzano l’accesso all’alta montagna: seggiovie, funivie, elicotteri, motoslitte, autostrade, strade, mezzi fuoristrada. Prima che internet abbatta ogni limite per sempre, ci s’interroga perfino sull’“inquinamento mentale” causato dall’eccessiva diffusione delle guide alpinistiche e delle relazioni tecniche di scalata.
In pochi mesi Mountain Wilderness arruola i grandi nomi dell’alpinismo internazionale, dal primo salitore dell’Everest Edmund Hillary al primo scalatore dei quattordici ottomila Reinhold Messner, poi cerca l’azione in grado di calamitare l’attenzione. La scelta cade sulla funivia della Vallée Blanche, nel cuore del Monte Bianco. Il 16 agosto 1988 mi trovo con i piedi sul ghiacciaio e gli occhi per aria. Il commando degli alpinisti è dall’alba al lavoro sulle rocce del Grand Flambeau, dove Messner è stato carrucolato sul pilone volante per calare due corde ad Alessandro Gogna e Roland Losso, che si sono issati con le maniglie jumar raggiungendo i cavi della telecabina e appendendo lo striscione giallo di denuncia: No all’“ottava meraviglia del mondo”. È chiaramente un’azione simbolica, ma viene presa sul serio e si parla di terrorismo e sequestro del bene pubblico. Il mondo della montagna è totalmente impreparato a riflettere sui limiti dello sviluppo. Quasi tutti interpretano la provocazione di Mountain Wilderness come un gesto elitario, lo schiaffo del superuomo, il sadico tentativo di vietare l’alta montagna a chi non ha gambe per raggiungerla.
Sono passati trent’anni e l’11 novembre scorso, sempre a Biella, ci siamo incontrati per commentare il tempo passato e soprattutto per ipotizzare il futuro. Mountain Wilderness continua a essere un movimento di nicchia, che basa la sua forza più sul prestigio che sui numeri. Eppure è ancora lì a scuotere le coscienze. Dopo alcuni anni di battaglie dure e pure, che in parte hanno allontanato i simpatizzanti più moderati, oggi si ripresenta con forze povere ma «colte», con voci di denuncia e di proposta.
A Biella ho detto che c’è serve di nuovo il grido di Mountain Wilderness. In questo delicato momento storico servono parole alte e autorevoli, perché abbiamo perso almeno quindici anni in convegni e chiacchiere improduttive, mentre il mondo è completamente cambiato. Basti pensare alla crisi industriale, al riscaldamento globale, al declino del turismo sciistico. All’inizio degli anni Novanta, con la Convenzione ratificata da tutti i paesi dell’arco alpino, sembrava che il cammino delle Alpi fosse segnato da linee politiche lungimiranti e sostenibili, invece sono ritornate le vecchie parole senza futuro: consumo, valorizzazione, sviluppo. Tutto è cambiato e non è cambiato quasi niente. Abbiamo di nuovo bisogno di fermarci, ragionare, indignarci e ripartire. C’è poco tempo

Paul Cézanne (dicembre 2017)
Nel 1878 Paul Cézanne scrive a Émile Zola:
«Andando a Marsiglia un soggetto abbagliante è apparso da levante: la Sainte-Victoire. Ho detto: Che bel modello!»
A Cézanne non basterà il resto della vita per decifrare la Montagne Sainte-Victoire, scomporne i colori e ricomporli in una tela che assomigli al vero.
«Sono rimasto a lungo senza saper dipingere la Sainte-Victoire – confessa l’artista – perché immaginavo l’ombra concava come uno che non sa vedere, mentre, ecco, guardate, è convessa e fugge dal suo centro. Anziché ritirarsi, l’ombra svanisce e si scioglie nel blu».
Preso dalla smania di capire vuole sapere tutto della montagna che gli ruba il sonno. Vuole conoscerne la geologia, le geometrie, l’origine dei minerali che colorano la terra intorno. E quando crede di avere un quadro dettagliato prova a tradurlo in sentimento artistico:
«Osservate questa Sainte-Victoire. Che impeto, che sete imperiosa di sole, e che malinconia, la sera, quando tutto il peso si placa… Questi blocchi erano fuoco. C’è ancora il fuoco dentro di loro».
Mutano le luci e lui corregge le sfumature, passano le stagioni e non è ancora soddisfatto. Non una ma tante Sainte-Victoire si accumulano nel suo studio di pittore. La Montagne è così cangiante che a ogni alba rinasce diversa dalla sera prima. O sono gli occhi che cambiano? Cézanne non ha più pace:
«Paul dipingeva dal fondo della nebbia, tutto contratto, dopo aver sistemato il suo cavalletto – racconta l’amico Joachim Gasquet –. Aveva il suo modello e dipingeva. Tempo grigio, pallido sorriso, la mite vecchiaia del mondo. E intanto lui dipingeva…»
Non so se Paul Cézanne abbia mai scalato la cima della sua Montagne, io sì. Ci sono andato quando la Francia era il crocevia della nuova arrampicata sportiva e i francesi si divertivano a sbeffeggiare la verticale. La Provenza era il centro della dissacrazione, direi dell’impertinenza, e i muscoli scolpiti dei grimpeurs e delle grimpeuses ci facevano sentire gente di periferia, gracili apprendisti della nuova arrampicata.
Seguendo la marea cosmopolita degli arrampicatori si finì per individuare la via degli Spicchi d’aglio, tre tiri molto sostenuti a destra di uno strapiombo. Una ragazza francese saliva da prima davanti a noi saltando qualche assicurazione, senza mai fermarsi a studiare i passaggi; il suo compagno la raggiunse alla sosta con la corda tesa più che mai, lanciandosi con dei gemiti da un chiodo all’altro. Lei gli dava qualche consiglio annoiato, ma soprattutto gli diceva che era inutile agitarsi se non voleva saltar giù. Un po’ allucinato fui raggiunto da un’altra francese che lasciò il passo al marito sul tiro successivo. Dovetti impegnarmi a fondo sul passaggio chiave che portava alle placche sommitali, mentre tre inglesi ci superavano su una via a fianco.
Ora che sono passati degli anni e ho dovuto gettare molta acqua sulla mia passione per scoprire, come Cézanne, che il fuoco non si spegne mai, ammiro e compatisco l’amore estremo dell’artista per una roccia che per noi era solo un gioco e per lui purissimo tormento. Ora che il tempo ha fatto chiarezza sulle vanità e sulle verità, mi chiedo chi ha scalato davvero la Montagne de Sainte-Victoire? I nostri chiodi o il suo pennello?

Il rifugio Falc e quei doni dimenticati (ottobre 2017)
Rifugiarsi è un termine bello, antico e desueto: vuol dire “trovare riparo”. Il rifugio non è un posto di piacere, ma un luogo di protezione. Nella grande dimensione della montagna, soprattutto quando soffia il vento o picchia il temporale, la presenza di un rifugio significa salvezza, calore e serenità. Nel rifugio ci si può riscaldare, nel rifugio si può passare la notte, nel rifugio ci si può rifugiare. Rifugio è il piatto caldo, la cuccetta pulita, la gente. Rifugio è incontro, condivisione, magari amicizia.
C’è un rifugio alla Bocchetta di Varrone, nelle Orobie, che corrisponde al significato. Il rifugio Falc di Elisa Cielok serve a traversare le dorsali e a salire il Pizzo Tre Signori, ma prima di tutto serve a capire la parola. Anzi due. La parola Falc, che vuol dire Ferant Alpes Letitiam Cordibus: “Arrechino le Alpi gioia ai cuori”, e non è un augurio da poco, e la parola rifugio, che in questo caso corrisponde al senso originario. Non manca niente di quello che serve – ospitalità, calore, gentilezza – e manca tutto quello che non serve: spreco, consumo, eccesso, esibizione. Secondo la giovane Elisa e chi frequenta il suo rifugio c’è un’evidente contraddizione tra la parola abbondanza e la parola rifugio, perché si va in montagna per fuggire dagli eccessi della vita consumistica urbana, cercando, appunto, un rifugio dall’abbondanza. Non per soffrire, al contrario. Si sale per trovare il senso delle cose essenziali, per gustare quei doni di cui non ci accorgiamo più, dei quali abbiamo perso il piacere.
L’acqua, per esempio. Questa è stata una delle estati più calde di sempre. Le piogge sono mancate per tutto il mese di giugno e per buona parte di luglio. In montagna si sono seccate le sorgenti e i rigagnoli di superficie hanno smesso di portare acqua. Il rifugio Gonella sul Monte Bianco è stato chiuso per mancanza di acqua. Il rifugio Falc sulle Orobie, che si trova ai piedi di un colle, e per questo è un luogo predestinato al transito, ha dovuto risparmiare. Chi cucina e ospita come Elisa non si rallegra certo della siccità che rende dura la vita del rifugista, e nemmeno chi si ferma a mangiare e dormire, e vorrebbe bagnarsi la faccia, ma centellinare l’acqua aiuta a capire quanto ne abbiamo bisogno, e quanta ne sprechiamo, e quanto sia più bello averla quando non è scontato che ci sia. Ogni piacere nasce dal desiderio, ed è per questo che la depressione avanza nel mondo di internet: abbiamo tutto, non desideriamo più niente. Specularmente il cercare è uno dei motivi del rifugio moderno: desiderare, cercare e trovare il giusto, senza sprecare.
Conoscendo Elisa Cielok e molti altri rifugisti delle Alpi ho capito che la loro scelta, il loro rispetto, la loro «vocazione» nascono dall’aver provato le contraddizioni e la durezza delle città. Non è vero che in montagna sia tutto più bello, ma neanche in città è così. Bisogna averlo provato, altrimenti si vive di illusioni. Il mondo è duro per tutti e solo chi sceglie di vivere in un luogo e di lavorare per renderlo migliore, ha diritto di considerarsi abitante. Le Alpi non sono dei montanari, così come Venezia non è dei veneziani e il Colosseo non è dei romani. Le bellezze sono di chi le fa belle.

Un Buzzati ancora attuale (agosto 2017)
Lo scrittore che ha amato di più le Dolomiti è stato il bellunese Dino Buzzati (1906-1972), cresciuto sotto i profili dentati della Schiara, la montagna di casa, e perdutamente attratto dalle Pale di San Martino, dove tornava ogni estate, a settembre, con la guida e amico Gabriele Franceschini.
Buzzati è stato stregato come pochi dai contrasti delle Dolomiti, dai toni dolci dell’altopiano delle Pale dopo le emozioni forti della scalata. Si è portato dentro quei paesaggi per tutta la vita e con la memoria di quei paesaggi e di quelle emozioni ha ambientato le novelle e i romanzi. Basta leggere tra le righe e le Dolomiti di Buzzati riappaiono sempre, anche tra i palazzi di una città o dietro le allucinazioni del tenente Drogo perso nello stillicidio del tempo. Le malinconie delle Pale riprendono forma nelle atmosfere sospese de Il deserto dei Tartari, accanto ai ricordi della Val Belluna, alle fortezze naturali di Val Canali e agli scorci remoti di Canàl d’Agordo:
«L’Altopiano s’allarga sconfinato nelle sue grigie lastronate di dossi vallette crepacci costiere rocciose, orlato in fondo dalla frastagliata catena settentrionale delle Pale; ad occidente ci sovrasta la grandiosità della Cima Lastèi, a meridione i profili netti della catena meridionale sopra il gran solco della Val Canali. In fondo a queste cime l’inconfondibile isolato vecchio Sass de Mura. Alla sera, prima di dormire, egli dice: “Mi piace pensare che torniamo sulla Manstorna, spero che la via che mi proponi non sia troppo difficile e che in vetta si possa goder tutto”».
Attraverso la vertigine dell’arrampicata, con la paura che prende allo stomaco quando la parete si mette a girare e il vuoto sembra inghiottire l’alpinista, Buzzati cerca sempre quell’attimo di pace, quell’istante di perfezione che gli sfugge di vetta in vetta, di racconto in racconto. Proprio dopo aver realizzato uno dei sogni più belli, un’ascensione importante come lo spigolo del Velo alla Cima della Madonna, è felice solo a metà e apostrofa l’amico Franceschini: «…e piantala con questa storia degli uccellini! Lo sai meglio di me, no? Li hanno ammazzati tutti, li hanno ammazzati. Li hanno cotti in pentola, quei malnati. E adesso, vedrai, ammazzeranno anche le piante. E non ci saranno più nemmeno i boschi. Credi che non sappia? Qui regneranno soltanto il cemento, l’asfalto, le macchine e la morte. E allora saranno soddisfatti, finalmente».
La sensibilità buzzatiana coglie i rischi del turismo di massa e la fragilità dell’ambiente dolomitico. Quando i “valorizzatori” del territorio minacciano il proseguimento della strada di Misurina verso la Forcella Lavaredo e l’altopiano delle Tre Cime, Dino scrive incollerito sul Corriere della Sera: «Con che vandalico entusiasmo l’immondo coro degli scappamenti devasterà i purissimi silenzi! Sotto le sdegnose rupi, nelle notti di luna, scintilleranno di luminarie al neon le stazioni di servizio».
La carrozzabile si è fermata al rifugio Auronzo, per fortuna, eppure oggi è bene rileggere queste parole. Conosciamo perfettamente le metastasi dello sviluppo illimitato, però abbiamo perso lo sdegno innocente di Buzzati e il candore del suo sguardo innamorato. Siamo assuefatti, quindi in pericolo.

Royal Robbins (giugno 2017)
A metà marzo se n’è andato dopo una lunga malattia lo scalatore statunitense Royal Robbins. Royal era nato in West Virginia nel 1935 ed era un mito dell’arrampicata degli anni Sessanta e Settanta, la “Golden Age” della Yosemite Valley. Aveva conosciuto la montagna da boy scout, campeggiando nelle foreste; era cresciuto come ragazzo e come arrampicatore, aveva scoperto il proprio talento sul granito e aveva aperto memorabili vie sugli immensi muri dell’Half Dome e di El Capitan, e anche sulla parete ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco. Si era legato ad altri scalatori leggendari come Yvon Chouinard, TM Herbert, Tom Frost, John Harlin e Gary Hemming.
Sotto la spinta culturale di Gian Piero Motti, anche in Italia Robbins era diventato un riferimento carismatico. Vedevamo giustamente in lui il maestro del “clean climbing”, l’arrampicata pulita, perché avevamo letto che «come una singola parola di una poesia, un chiodo da roccia può influenzare l’intera composizione», e che «una prima salita è creazione come lo sono un dipinto o una canzone». Avevamo intuito il concetto e ci era piaciuto. Allo stesso modo vedevamo ingiustamente in Robbins e in tutti i talenti dell’arrampicata californiana dei personaggi rivoluzionari, controcorrente, indomabili distruttori dell’ordine sociale e di ogni retaggio borghese. Nel caso di Robbins era tutto sbagliato, perché Royal non era affatto un rivoluzionario, rispettava l’alpinismo classico europeo e ammirava personaggi come Walter Bonatti, che per molti di noi era il simbolo del “vecchio” alpinismo. Dunque qualcosa non tornava, e lo confermò lo stesso Royal quando venne a Trento dimostrandosi uomo serio, assennato e rispettoso. E per qualcuno fu una delusione.
Il fatto è che Motti cercava nell’arrampicata californiana un appiglio per cambiare le cose nel suo paese, una sorta di legittimazione esterna per rompere con il nostro passato eroico, tanto che nel 1974 scrisse sulla Rivista della Montagna il famoso articolo “Il nuovo mattino” ispirandosi alla via di Harding e Caldwell The wall of the early morning light. Scelse proprio Warren Harding, il trasgressore per eccellenza, l’uomo senza remore, l’avversario naturale di Robbins. Ispirandosi a una proiezione domestica dall’arrampicata d’oltre oceano Gian Piero diede voce, forma e dignità letteraria a una libera forma di scalata europea che non aveva più bisogno della cima. «È vero – scrisse in seguito su “Scandere” – ai piedi della parete si estende la foresta, sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L’arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più profonde».
Aveva ragione a metà, perché certi americani come Royal Robbins si fermavano all’altopiano solo quando non c’era la vetta, e puntavano alla cima quando c’era. Esattamente come noi. Invece aveva ragione in pieno quando scriveva, in sintonia con Robbins, che i chiodi fanno la differenza nella scalata. In questo eravamo molto diversi dagli americani, e lo siamo ancora.

Lupo Ligabue (aprile 2017)
Il più famoso è il lupo Ligabue, vittima di un terribile incidente sulla tangenziale di Parma nell’inverno del 2004. Quando guarisce gli zoologi gli fissano al collo un rilevatore satellitare e cominciano a monitorare il suo viaggio verso nord: Toscana, Emilia, Lombardia, Liguria, Piemonte. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre Ligabue arriva sulle Alpi Matittime, al confine con la Francia. Il satellite dice che ha percorso cinquecentosessanta chilometri, ma probabilmente ne ha camminati il doppio. Poi viene l’inverno e il segnale luminoso si ferma. E anche la vita di Ligabue. Il 17 febbraio 2005 lo trovano morto in Valle Pesio, sui monti di Mondovì.
Passano gli anni, i lupi aumentano sulle Alpi e molti vengono uccisi dalle auto, dai treni e dai fucili. Il 9 gennaio 2017 si scopre un esemplare morto a Introd, in Valle d’Aosta. Gli agenti del Corpo Forestale dicono che si tratta di una femmina del peso di circa ventotto chilogrammi e ipotizzano che sia stata abbattuta da un colpo d’arma da fuoco, anche se in Italia non si può sparare al lupo. In seguito si appura che è stato un ramo appuntito, ma la faccenda non cambia perché il lupo dà fastidio.
La questione è diventata una specie di referendum all’italiana, con metà «votanti» che lo idealizza e l’altra metà che vorrebbe sterminarlo. I cittadini e gli ambientalisti scorgono nel lupo il romantico abitatore della natura selvaggia, quella natura che loro frequentano soprattutto con la fantasia, mentre i montanari e soprattutto gli allevatori vedono solo un nemico.
Non si può dire che la ragione stia nel mezzo, perché non esiste la posizione di mezzo. Metà da una parte e metà dall’altra, come succede sempre più spesso in politica. Da questione ecologica il lupo è diventato questione ideologica. Visto da sinistra è un simbolo di libertà, visto da destra è un impostore. Visto da sinistra il difensore del lupo è un uomo di pace, visto da destra il giustiziere del lupo è un uomo d’ordine. Ma il lupo non mangia solo cerbiatti e caprioli, sfoltendo i capi in eccesso, il lupo mangia anche le pecore. E allora ecco il problema: come giustificare le pecore sbranate dal lupo? Non c’è figura più pacifica dell’agnello e non c’è immagine più prevaricatrice di chi gli beve sopra al ruscello («superior stabat lupus») eppure lo incolpa di sporcargli l’acqua. La pecora rovescia gli schemi perché rappresenta la parte indifesa e oppressa. Dunque il lupo da che parte sta?
Il lupo non sta da nessuna parte: segue altre leggi e va semplicemente alla ricerca di cibo e spazi aperti. Per questo le Alpi sono ancora il suo habitat naturale, anzi lo sono più di prima grazie all’aumento degli ungulati. Per noi uomini il lupo è una serissima provocazione culturale, perché eravamo convinti di essere rimasti gli unici carnivori nell’Europa super civilizzata al tempo di internet, e invece arriva un selvaggio a scombinarci le certezze. Eravamo certi di aver sottomesso la natura alpina, e invece è bastata qualche decina di lupi su un arco di milleduecento chilometri per ricordarci che la natura è più forte di ogni sicurezza e di ogni tecnologia, perché noi stessi siamo natura e non possiamo sottrarci al confronto. Possiamo sparare, possiamo distruggere, ma non possiamo chiamarci fuori.

Mike Kosterlitz (febbraio 2017)
Nell’autunno del 1972 Gian Piero Motti scopre e sale la parete del Caporal, il piccolo Capitan della Valle Orco.
«Ai piedi della parete si estende la foresta – riconosce Motti – e sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano.»
Alla fine aggiunge:
«Se qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi.»
Lo scozzese Mike Kosterlitz, ricercatore al Politecnico di Torino, nel marzo del 1973 scala il diedro centrale della Torre di Aimonin senza usare un solo chiodo. I piemontesi al seguito restano sgomenti, rondini senza ali, finché Kosterlitz mostra loro dei misteriosi blocchetti metallici chiamati nuts, noccioline, che s’incastrano dolci nelle fessure senza far male alla roccia.
Le noccioline sono come le mani di Mike, che nel 1970 ha sbalordito gli indigeni scalando la fessura del sasso spaccato che sta sopra i tornanti di Ceresole Reale. Sette metri impossibili per chi è nato da questa parte della Manica. Per gli otto anni seguenti gli imitatori di Mike si vanno a scornare sulla crepa che sembra nascere dall’erba, ma nessuno riesce a superare i primi centimetri, i più difficili. Le mani e le ambizioni dei ragazzi del Nuovo Mattino scivolano dalle labbra della fessura Kosterlitz, mentre il mito di Mike s’ingigantisce. Ed è un paradosso, perché lui rifiuta i miti ed è appunto ignorandoli che riesce a salire.
La storia non finisce lì. Nell’ottobre del 1973 Gian Carlo Grassi e Danilo Galante scoprono il fratellino del Capitan, il Sergent, e tracciano la via Cannabis su un fessurino che sembra la bava di un serpente. Durante il lungo lavoro di chiodatura, Galante nota la spaccatura diagonale che incide la fascia inferiore del Sergent. Una sciabolata nella roccia. Danilo accetta la sfida e torna a maggio con Roberto Bonelli. Salgono con un incastro epico di braccia e gambe, rischiando la pelle. Nasce la fessura della Disperazione.
Bonelli è chamato “cavallo pazzo”, ma ragiona benissimo. Un’intelligenza fuori dal comune. Nel giugno del 1978 lo portano al prato sotto la Kosterlitz. Lui non c’è mai stato, dice. Indossa i pantaloni di una tuta a righe e una maglia infilata nella tuta. Non ha niente dell’alpinista, e neanche dello scalatore impavido.
«Diavolo di un Mike» pensa Roberto guardando la fessura. Gli piace subito, lo attizza, così ci mette le mani e prova l’incastro. In breve, sotto gli occhi sgomenti dei presenti, aderisce alla crepa e sale in cima al sasso.
«Come hai fatto?» gli chiedono sbalorditi.
«Non saprei» risponde Bonelli.
Passano trentotto anni, una vita. L’11 settembre del 2016 Roberto va a scalare con due compagni sulle placche della Draye, una falesia super attrezzata degli Ecrins. «Posto da pensionati» lo chiama lui. Mentre prepara la corda doppia per la discesa si sbilancia e cade. Muore sul colpo a 62 anni. Un mese dopo Mike Kosterlitz vince il Premio Nobel per la Fisica insieme ai colleghi Thouless e Haldane «per il contributo allo studio della materia esotica nel mondo quantistico e per le scoperte relative alle transizioni topologiche della materia».

Sport estremi (dicembre 2016)
Questi sono pazzi, pensa la gente. Andrebbero rinchiusi. Quest’estate i base jumper hanno dato scandalo con voli funambolici e sacrifici illustri, tra cui quello del fuoriclasse altoatesino Uli Emanuele, ventinove anni, morto durante un salto sulle Alpi svizzere. Cercando di interpretare il fenomeno, i grandi media scrivono generalmente di “sport estremi”, e negli sport estremi della montagna includono l’alpinismo, l’arrampicata, lo sci ripido e il base jumping. Non sono affatto la stessa cosa. Tranne casi eccezionali l’alpinismo è una pratica d’avventura a medio-basso tasso di rischio, l’arrampicata – se protetta da chiodi o tasselli – è uno sport assolutamente sicuro in palestra e quasi sicuro sulla roccia vera, nello sci ripido il rischio aumenta significativamente, ma solo per il base jumping e il volo con la tuta alare si può veramente parlare di pratica estrema, specie se indirizzata a fini pubblicitari e spettacolari. «Volo quasi tutti i giorni» dice in un bellissimo film la campionessa americana Ellen Brennan, «tranne quando devo andare al funerale dei miei amici».
Il base jumping è un’evoluzione del paracadutismo: non ci si butta più dall’aereo ma dalle cime delle pareti o da ogni struttura abbastanza alta da permettere l’apertura della vela. A sua volta la tuta alare è un’evoluzione del base jumping, non tanto per il punto di lancio quanto per la dinamica del volo: non si piomba ma si plana; una specie di membrana sorregge il corpo e permette di scivolare nell’aria. Gli appassionati arrivano qualche volta dal mondo dell’alpinismo e più spesso dal paracadutismo. Sono in aumento, anche se per fortuna resta un’attività di nicchia. Il padre della tuta alare è Patrick de Gayardon, uomo copertina dei rotocalchi francesi degli anni Novanta, che sotto lo sguardo sbalordito delle telecamere sperimentò una tuta capace di contrastare la forza dell’aria realizzando il sogno di Icaro. L’idea gli venne osservando le ali dei pipistrelli, e come un pipistrello Patrick si buttò da un elicottero per planare tra le guglie del Monte Bianco. Infine tirò la cordicella e atterrò con il paracadute.
Oggi ci si butta direttamente dalle montagne confidando di allontanarsi dalla parete planando. Si rasenta l’ostacolo come i falchi, si lambisce la durezza della materia, la si sfiora, e qui sta il pericolo maggiore perché basta uno scarto millimetrico per toccare la roccia e precipitare. Basta muovere un pollice per deviare la traiettoria. Quando si impara a volare a braccia aperte nell’aria nasce la tentazione di sfiorare le cime degli alberi alla velocità di un superleggero o di infilarsi come proiettili nei canaloni di calcare. Tutto sembra possibile, anche l’allucinante passaggio di Uli Emanuele nella cruna di roccia della Lauterbrunnental, dove il campione infilò una fessura larga poco più di un metro a oltre cento chilometri orari. Anche adesso che non c’è più, basta accendere internet per tremare insieme a lui.
Uli sosteneva che dopo migliaia di voli senza incidenti – e che voli! – lui si considerava un saltatore prudente e che le probabilità erano dalla sua parte. Certo non era uno spaccone, e neanche uno sprovveduto. Però praticava uno sport estremo.

Niente donne in parete (ottobre 2016)
Cento anni fa, a Vallada Agordina, nasceva uno dei più grandi talenti dell’arrampicata di sempre: Alvise Andrich. Scalò tre anni soltanto e gli bastarono per lasciare una traccia estrema sulle Dolomiti. Nel 1934 firmò tre vie memorabili: lo spigolo sud ovest della Torre Venezia, la fessura nord ovest della Punta Civetta e la parete sud ovest del Cimon della Pala.
A diciannove anni, quasi a digiuno di montagna, Alvise parte con Furio Bianchet ed Ernani Faè per lo spigolo della Torre Venezia, nel gruppo del Civetta. I due “anziani” non riescono a superare il tratto più strapiombante e allora Alvise chiede timidamente di provare. «Vai pure», rispondono i due. Con uno stile che ha del prodigioso supera in breve il primo salto, ma a metà strapiombo comincia a gridare: «Volo, volo!». Poi si concentra e riparte a piccoli salti, afferrando gli appigli al volo. I due compagni, atterriti, attrezzano il posto di sicurezza con tutti i chiodi disponibili, ripetendosi l’un l’altro: «Quello lì è matto».
Matto, forse; genio, sicuramente. Poco dopo risolve il problema alpinistico del momento sul paretone della Punta Civetta, al primo tentativo, in due giorni, con espedienti temerari e un’arrampicata al limite del possibile, e dopo ancora sale la direttissima del Cimon della Pala, il Cervino delle Dolomiti, con Furio Bianchet e Mary Varale, la donna del sesto grado. Mary riconosce il talento di Alvise e ama la sua ingenua temerarietà.
Nei primi mesi del 1935 Alvise viene candidato alla medaglia d’oro al valore atletico, ma la medaglia gli viene negata dagli organi centrali del Club Alpino Italiano che i gerarchi hanno inchiodato sotto la tutela del CONI e la paternalistica presidenza di Angelo Manaresi. Mary s’indigna e domanda: perché? L’hanno escluso per ragioni politiche? Perché Andrich è solo un ragazzo? Perché scala molto meglio di loro? A pensarci e ripensarci conclude che gli hanno tolto la medaglia perché ha scalato con una donna sul Cimon della Pala. È lei la causa della discriminazione. Lei, donna non gradita.
Allora la signora del sesto grado si siede alla sua scrivania milanese, prende carta penna e calamaio, scrive alcune righe di getto, affranca la busta e spedisce al presidente della sezione di Belluno:
«Sono profondamente disgustata della persecuzione contro di me da quei buffoni della Sede Centrale che hanno negata la medaglia ad Alvise soltanto perché ha avuto la colpa di scegliere come compagna di cordata l’odiata signora Varale. Nelle proposte fatte nel mese di febbraio Alvise c’era; poi hanno fatto i giochi dei bussolotti per lasciarlo fuori… In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse di perdere la compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata… Evviva le medaglie d’oro!»
La lettera è datata 20 luglio 1935. Quel giorno, duecentosedici cime e undici anni dopo la prima vetta, cessa l’avventura alpinistica della signora Varale. D’un tratto, a quarant’anni, Mary decide che è l’ora di camminare in piano.
Invece Alvise Andrich diventa pilota di aviazione e si guadagna tre medaglie d’argento per meriti di guerra. Muore nel 1951 durante un’esercitazione aerea.

Salvataggio sul Dru (agosto 2016)
Cinquanta estati fa pioveva e mancavano due anni al Sessantotto. Sul Monte Bianco ci fu una colossale operazione di soccorso. La guglia del Petit Dru fu assediata da due lati – la via normale e la parete nord – e da due “eserciti” – la Scuola Militare e la Compagnia delle Guide – per soccorrere due tedeschi bloccati sulla parete ovest.
Ecco la storia. Il 13 agosto 1966 Schriddel e Ramisch partono per il Dru con l’entusiasmo degli incoscienti. Salgono lentamente e bivaccano due volte nella prima parte dell’itinerario. Non si rendono conto della lunghezza della via e non sanno che la parete è tappezzata di ghiaccio. A ferragosto raggiungono uno dei passaggi storici di Magnone e Berardini: il diedro di novanta metri. Sotto il diedro scoppia un temporale, loro indossano i piumini e si riparano nella tendina. Il 16 il tempo migliora ed è un male, perché i due continuano a salire invece di tornare indietro. Un chiodo cede, Schriddel cade e Ramisch lo trattiene con la corda. Il 17 provano ad affrontare il passaggio del «chiavistello» e la serratura li respinge. Tornano al terrazzino, si appendono ai chiodi e rinunciano. Sono bloccati, non gli resta che aspettare i soccorsi.
La Scuola Militare di Alta Montagna decide di salire per la via comune del Dru, ancorare un argano sulla cima e srotolare un lungo cavo sugli strapiombi. È un’operazione complicata, tipo assedio di guerra, che richiede troppi uomini e attrezzature. Così ne va del tempo prezioso. Il pomeriggio del 18 agosto nevica sopra i tremila metri. Hermann e Heinz affrontano il sesto bivacco. Saranno ancora vivi?
Intanto il beatnik americano Gary Hemming, con i tedeschi Mauch e Bauer, i francesi Bodin e Guillot e l’inglese Burke prende il trenino del Montenvers e si avvia verso la parete. Mick Burke è già sceso in corda doppia dal diedro di novanta metri, dunque si può tentare anche in caso di soccorso. Il problema è scalare la parete con il maltempo; ci vuole fegato a partire per la Ovest sotto la pioggia.
La mattina del 19 il fuoriclasse René Desmaison si precipita all’ufficio delle guide di Chamonix con il collega Mercié. Urla che i militari sono fuori strada e che i due tedeschi non possono più resistere a lungo. Si offre di intervenire, ma l’offerta cade nel vuoto. Allora sbatte la porta e comincia a inseguire Hemming.
S’incontrano il 20 agosto in parete. Desmaison e Hemming raggiungono il diedro di novanta metri di notte, bagnati fradici.
Intanto a Chamonix i capi si parlano, finalmente: capo del soccorso, capo dei militari, capo delle guide, sindaco, eccetera. Decidono di attaccare anche sul fronte della parete nord. Ci saranno sessanta uomini aggrappati alle rocce del Dru.
Quelli della Ovest sono rimasti in quattro e vanno di fretta. Il 21 agosto scalano il diedro e si avvicinano all’altezza dei due naufraghi:
«Come state?», urlano ai tedeschi.
«Gut, gut», risponde Heinz.
È incredibile: sono ancora vivi.
Schriddel e Ramisch abbracciano i salvatori. Ora bisogna solo scendere, calandosi sulle corde come ragni. «Una caduta – scrive Hemming su Paris Match –, una lunga caduta in basso. Discesa verso la terra. Ritorno verso terra».
Alla fine Hemming è l’eroe del Dru, Desmaison è il ribelle. La disubbidienza alla Compagnia delle guide gli costa l’espulsione.

Colombano Romean (giugno 2016)
I montanari dei secoli passati erano più poveri e previdenti di noi. Non sprecavano una goccia d’acqua e incidevano canali nelle rocce per garantire l’approvvigionamento idrico ai pascoli, ai campi e ai villaggi. Per gli alpigiani l’acqua era una risorsa vitale da rispettare e valorizzare sopra ogni altra ricchezza, secondo la logica del risparmio che caratterizzava visioni, economie e culture della civiltà contadina tradizionale. Anche senza condividere la complessa simbologia che ricorre nelle regioni dell’Himalaya, dove le montagne coperte di ghiaccio si identificano con le dee della fertilità, ogni primavera gli abitanti delle Alpi apprezzavano la funzione rigeneratrice dell’acqua.
Resta insuperata l’epopea di Colombano Romean, lo scalpellino della Valle di Susa che traforò seicento metri di roccia sotto i Quattro Denti di Chiomonte per portare l’acqua dai bacini settentrionali al secco versante meridionale.
I terreni a nord di Chiomonte erano sterili e disseccati dal sole, perciò nel 1504 gli abitanti delle frazioni avevano costituito un consorzio per catturare l’acqua dalla vicina conca di Touilles. Ma bisognava farla passare sotto la montagna. Per vent’anni cercarono un uomo abbastanza pazzo da scavare la galleria, finché trovarono uno scalpellino cinquantenne di nome Colombano che aveva fatto pratica in Provenza.
«Faccio io il vostro buco» disse. «Lo faccio da solo.»
Pattuirono due emine di segale per ogni mese di lavoro, vino a sufficienza per tirare avanti quella fatica e attrezzi per lo scavo: punteruoli, scalpelli, un mantice per ossigenare il tunnel e qualche sacco di carbone. All’imbocco della galleria gli costruirono una capannetta con un letto di paglia, una madia e una botte.
«Adesso andate» disse Colombano, «adesso lasciatemi solo.»
Il montanaro cinquantenne picchiò per sette anni prima di vedere la luce oltre la cresta dei Quattro Denti; cavò venti centimetri di pietra al giorno e terminò il lavoro nel 1533; alla consegna ricevette una somma di 1600 fiorini.
Sono passati quasi cinquecento anni e sotto il buco di Colombano si scava un’altra galleria. Una mostruosa talpa meccanica ha già sostituito le braccia dello scalpellino, ma già sappiamo che non basteranno sette anni per vedere la luce oltre la montagna. Ce ne vorranno almeno il triplo, e nessuno oggi può dire come andrà a finire. Lo scavo di Chiomonte è solo un assaggio: un cunicolo di sette chilometri e mezzo con «funzione geognostica, utile a circostanziare il progetto esecutivo», spiegano i tecnici. Traducendo, il piccolo tunnel della Maddalena servirà a carotare il terreno in vista del grande tunnel di oltre cinquanta chilometri tra il Piemonte e la Maurienne, sul versante francese, dove correrà il treno ad alta velocità della linea Torino-Lione: il famigerato TAV.
Secondo il progetto originario il tunnel geognostico si doveva fare più a valle, nei pressi di Venaus, ma tutto è cambiato nell’autunno del 2005 dopo i durissimi scontri tra la polizia e i valsusini ribelli. Ognuno ha le sue ragioni e ormai la disputa tra i sì e i no TAV appare insanabile, ma un rilievo si può fare senza paura di essere smentiti: ai tempi di Colombano Romean le gallerie servivano alla montagna, oggi la attraversano e basta. Per la pianura le Alpi sono una gruviera.

La sfida dell’Eiger (aprile 2016)
Ottant’anni fa, nel buio dei regimi, la parete nord dell’Eiger attira gli sguardi di mezza Europa perché i ragazzi ci muoiono come in guerra.
Il 18 luglio 1936 gli austriaci Edi Rainer e Willy Angerer e i tedeschi Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser attaccano la parete davanti ai cannocchiali morbosi dei turisti. Kurz e Hinterstoisser salgono di gran carriera e raggiungono il posto da bivacco sopra il primo scivolo gelato, ma quando si sporgono non vedono più gli austriaci. Angerer è stato colpito da un sasso e sanguina. Allora i tedeschi calano una corda e lo aiutano a raggiungere il terrazzo del bivacco. Buio. Notte. Sipario.
La mattina del 19 gli spettatori e i cronisti scorgono i quattro che riprendono la salita, poi cala la nebbia sulla parete. Non resta che immaginare e sperare. La mattina del 20 offre una schiarita e allora si puntano immediatamente i cannocchiali, ma l’entusiasmo è breve: i ragazzi sono ancora bloccati nel punto in cui morirono Sedlmayr e Mehringer, sopra il secondo nevaio. La cima è lontanissima.
All’alba del terzo giorno i quattro si legano in un’unica cordata e cominciano a calarsi sotto la neve. La situazione è seria ma non disperata, perché a un terzo di parete c’è la finestra della ferrovia che corre nella pancia dell’Eiger. Nell’emergenza si può sgusciare nella galleria. La mattina del 21 il controllore del treno Albert von Allmen chiama dalla finestra e fuori urlano che va tutto bene. Nel pomeriggio richiama e risponde solo il grido disperato di Toni Kurz, l’unico sopravvissuto. Hinterstoisser è precipitato, Angerer è rimasto strangolato dalla corda e Rainer è congelato.
Kurz non ha più chiodi e gli resta solo un pezzo di corda. Un braccio è già rigido per il gelo. Per non addormentarsi pensa a Berchtesgaden e alle sue montagne inondate di sole. Il 22 luglio comincia l’operazione di soccorso. La tempesta ha tappezzato la parete di ghiaccio e soffia un vento polare, da nord. Eppure il ragazzo è ancora vivo e risponde alle domande. «Cala una corda!» gli urlano le guide. «Non ho corda» risponde. C’è solo una via di uscita: tagliare il canapo al quale è legato il cadavere di Angerer, districarne i refoli con la mano sana, legarli e calare ai soccorritori il cordino di fortuna. Toni ci riesce in quattro ore di disperato lavoro e finalmente stabilisce il contatto. «Bravo ragazzo, adesso sei salvo!». Invece è spacciato perché un nodo blocca la calata in corda doppia e il povero Toni muore di sfinimento alle undici e trenta del 22 luglio, appeso a pochi centimetri dalla salvezza.
L’Eiger va su tutti i giornali. La parete è ormai una questione internazionale, ma di un solo colore. Come non era mai successo nella storia delle montagne, la Nordwand divide ideologicamente gli alpinisti, anche se si dichiarano estranei a ogni ideologia. La sfida suicida attrae i giovani che hanno perso ogni libertà tranne quella di scalare e rischiare. La disumana parete dell’Oberland è simbolo di riscatto per i figli delle dittature, mentre lascia indifferenti gli alpinisti dei paesi liberi. È come se il rischio fosse una certificazione di cittadinanza per i giovani cresciuti sotto il nazismo e il fascismo, che non a caso intingono la propaganda di regime nel calamaio della forza e del coraggio.

Quell’anello di corda sulla Tofana (febbraio 2016)
I miti sono un’arma pericolosa. A volte comandano loro. Quando nel 1998 ho pubblicato La guerra di Joseph sapevo di aver reso l’umanità a una vicenda incredibile della Guerra Bianca: l’avventura sulle Tofane di Joseph Gaspard, guida del Cervino, e Ugo Ottolenghi di Vallepiana, nobile fiorentino. Eppure mi mancava una verifica alpinistica. Avevo ricostruito la storia grazie alle testimonianze dei figli di Joseph e alle scarne note di Ugo, che era uomo colto e istruito, ma del fronte di guerra, come tanti reduci, ha lasciato solo vaghi ricordi. Gli era troppo doloroso ricordare. Uno di quei ricordi riguardava la scalata più famosa, il mito, appunto, e diceva così: esattamente cento anni fa, nella primavera del 1916, Gaspard e Vallepiana scalarono il pazzesco camino della Tofana di Rozes per bombardare la postazione austriaca del Castelletto. Sedici giorni di scalata sotto il tiro dei fucili nemici. Gaspard poteva contare solo sulle corde di canapa ammucchiate nei campi militari e su qualche ferro artigianale simile a un chiodo da roccia. Nel mio romanzo storico descrivo l’impresa con uno sforzo di fantasia, perché, lo confesso, non ho avuto l’animo di infilarmi in quel budello orrendo. Solo dopo, con il tempo, mi è venuto il dubbio che il mito avesse prevaricato la realtà, perché mancavano le relazioni dei primi salitori e anche le verifiche dei ripetitori.
Molti anni più tardi, nel 2014, la guida Marcello Cominetti mi comunica che ha ripetuto il camino della Tofana e ha seri dubbi sulla veridicità dell’impresa. Scrive lui stesso su Planet Mountain: «Premetto che per anni avevo cercato informazioni su questa via, ma niente, pareva che nessuno ci fosse stato». Allora ci va lui con suo figlio e arriva a un punto senza uscita: «Da una grossa clessidra penzola scoraggiante un anello di corda di evidente calata. Siamo immersi in una nebbia fitta, si vede a pochi metri, mi infilo sul fondo del camino scomparendo alla vista di mio figlio che tremando dal freddo mi assicura più per dovere che per piacere. La corda scorre a fatica tra gli enormi massi che ingombrano quella porzione scomoda del pianeta e, dopo un po’ di andirivieni precari, decido che su di lì non c’è mai passato nessuno…».
Ci incontriamo a Torino e Marcello mi dice chiaro e tondo che secondo lui non sono mai usciti sulla cima del camino. Mi dà anche una manciata di chiodi e ferri di Gaspard, che conservo ancora sulla mia scrivania. Ma per fortuna Marcello è un testone e nel 2015 torna sul camino: «Il tiro chiave – scrive – lo aggiro sulla destra… Sesto grado. Dove mai saranno passati quei due? Giro la testa come un periscopio scrutando ogni piega della roccia chiaramente rotta dalle frane. A circa sei metri sopra di me, sulla sinistra, pende da uno spuntone proteso sul nulla un anello di corda di canapa con i capi sfrangiati. Una volta la parete passava di là, capisco, e si vede che il crollo ha provocato il vuoto sotto lo spuntone. La storia è tutta vera!».
Marcello mi scrive una mail entusiasta. Ci incontriamo a Genova e, in una bella serata, raccontiamo al pubblico la storia della Tofana. Ora abbiamo tutto: le testimonianze, le prove, le immagini, i dettagli. Gaspard e Vallepiana sono arrivati in cima, e nell’assurdità della guerra è stata l’unica vittoria.