Pubblicazione

Rubrica Nel tempo


La trasgressione è un mezzo, non più il fine(aprile/maggio 2018)
Oltre a quelle fisiche esistono le frontiere temporali. Nella storia dell’alpinismo la frontiera della contemporaneità coincide con il passaggio dal Nuovo Mattino all’arrampicata sportiva, nella seconda metà degli anni Settanta, quando credevamo di essere nel pomeriggio del Sessantotto, pur devastato dalla deriva del terrorismo, e invece era già finito tutto. La fantasia non era più al potere e il mercato stava riprendendosi portafogli e sogni. Pensavamo che l’utopia del Nuovo Mattino avesse aperto un cammino di saghe verticali e invece la favola era terminata.
Vado al Caporal con Andrea Giorda nel 1978, dieci anni dopo il maggio parigino. La primavera dell’arrampicata piemontese è finita da tre anni e sta sfumando anche la sommossa dei Sassisti in Val di Mello. Aldo Moro è stato sequestrato e giustiziato dalle Brigate Rosse. John Travolta e Karen Lynn Gorney hanno conquistato il nuovo e il vecchio continente con La febbre del sabato sera. La gente comincia a pensare che sia meglio andare a ballare che sbattersi per salvare il mondo. La comunità alpinistica è stata attraversata dalle utopie del Nuovo Mattino senza turbamenti. Pochi hanno capito il senso e pochissimi hanno messo il naso in Valle dell’Orco, dove gli stambecchi sono più domestici degli scalatori ribelli. Le creazioni del Circo Volante sono segrete come all’alba del Mattino. Il Caporal e il Sergent sono luoghi mitologici.
Ma il mito finisce lì e solo la Valle conserva l’aura delle cose proibite. Il resto del mondo è ormai secolarizzato. All’epoca non capiamo, crediamo di essere alla fine del vecchio decennio e invece siamo già in quello nuovo, ci siamo dentro fino al collo. Il mercato ha ripreso il controllo sociale. Non c’è più spazio per l’utopia, il dialogo e la solidarietà. Comanda il denaro, senza dubbi né vergogne. Il privato detta legge.
L’alpinismo è di nuovo trasformato e ormai corre dietro allo sport, ma per accorgercene dobbiamo buttare l’occhio oltre la frontiera francese, dove il futuro è arrivato da un pezzo. Il riccio Jean-Marc Boivin sbriciola miti e tempi di scalata e nel 1978 gli si affianca il fuoriclasse Patrick Berhault, un ventunenne del Sud, che precipita per ottocento metri dalla parete est dei Trois Dents du Pelvoux, si spacca un bel po’ di ossa, sopravvive e usa la convalescenza per potenziare gli arti superiori con centinaia di trazioni alla sbarra. Nel 1979 spinge al massimo l’allenamento nelle gole del Verdon, concatenando in giornata l’Eperon Sublime, la Demande, Orni e Luna Bong. Ormai Berhault è un atleta a tempo pieno e si allena di continuo, per molte ore al giorno. Alla fine di giugno si sposta sul Monte Bianco e comincia a stupire. In un mese sale il Supercouloir al Mont Blanc du Tacul in tre ore e mezzo, la parete nord del Pilier d’Angle in tre ore, il couloir nord dei Drus in sei ore e ancora il Pilier d’Angle per la via di Bonatti in un’ora e cinquanta minuti. In agosto si sposta nel Delfinato e ripete la mitica via di Gervasutti all’Ailefroide in tre ore e un quarto. I vecchi tabù sono spazzati per sempre.
Jean-Marc e Patrick non assomigliano ai nostri ribelli del Nuovo Mattino. Sono degli sportivi gentili ed educati; spiriti liberi e refrattari alle ideologie. Scrivono pochissimo e scalano tantissimo. Boivin è un ingegnere di Digione, Berhault è cresciuto tra l’entroterra di Nizza e le Alpi Marittime, non certo nella bambagia, scoprendo prima il mare della montagna. Sono diventati professionisti della scalata per assecondare il talento, non per combattere il mondo. La trasgressione è il mezzo, non più il fine. Il Sessantotto è archiviato. Concluso.