Pubblicazione

Rubrica Nel tempo


Domande scomode sulle Olimpiadi di Torino (agosto/settembre 2018)
A Torino si riparla di Giochi olimpici invernali, insistendo nel citare i benefici giochi del 2006 (in città) e cercando di dimenticare i danni ambientali ed economici del 2006 (sulle Alpi). La politica ha la memoria corta, anche se l’idea di sfruttare una seconda volta degli impianti destinati allo smantellamento può avere qualche fondamento. Meglio insistere dove si è già fatto il danno piuttosto che aggredire altre montagne.
Ma dietro pericolose avventure come quella olimpica dovrebbero maturare altri ragionamenti, possibilmente di lungo respiro. Nel 2006 gli intellettuali più avveduti avevano lanciato domande che aspettano ancora una risposta. Perché Torino – si chiedevano –, metropoli alpina per eccellenza in virtù della sua storia e della sua collocazione geografica, storico centro del Regno alpino di Savoia, culla dello sci e dell’alpinismo, non è ancora (o non è più) percepita come una città delle Alpi? E ancora: perché l’unica metropoli che si affaccia su un terzo di arco alpino, dalle Alpi Marittime al Monte Rosa, ed è posta sull’asse di due arterie stradali come il Fréjus e il Monte Bianco, non è diventata un polo di riferimento culturale e politico per le Alpi “cintura d’Europa”? Infine: perché città e montagna non sono riuscite a superare il braccio di forza tra centro e periferia, elaborando esperienze di dialogo sociale e progetto economico?
L’ultima questione, soprattutto, resta cruciale. Cittadini e montanari – pur legati da fili sempre più stretti: si pensi all’acqua che disseta le città, o ai turisti che salgono sulle Alpi in cerca di boschi e silenzi – non avvertono di far parte di un solo mondo. Spesso i montanari vivono la città come “un luogo a parte”, indifferente e ostile, e i cittadini riducono la montagna all’immagine stereotipata di un bianco “domaine skiable”, o un giardino verde per l’estate, o un museo del passato. La città continua a pensare le Alpi come una seconda casa dove il cittadino non va per confrontarsi con una vita diversa, ma dove si premura di portarsi tutto il possibile dalla pianura, a cominciare dalla cultura del consumo. La città vede se stessa come l’ombelico del potere e il pensiero urbanocentrico porta alla progressiva metropolizzazione del mondo, con l’assimilazione o la desertificazione degli altri territori, le cosiddette “aree interne”. Montagne in testa.
Il fatto nuovo è che questo processo di domesticazione non avviene più con i mezzi “violenti” degli anni sessanta e settanta del Novecento, quando Pasolini denunciava (inascoltato) il genocidio culturale delle nostre terre e la scomparsa della cultura contadina, ma si svolge con strategie nuove, ambigue, sfuggenti e “politicamente corrette”. L’obiettivo è rivendere i valori romantici e spettacolari della montagna spogliandoli da ogni connotato di pericolo, asprezza, disordine, imprevedibilità. È un’onda omologante che esporta ovunque la cultura globale senza tener conto che, pur essendo cittadini di un solo mondo, abitiamo territori, tradizioni e storie molto diverse.


Sulla rotta del «Menelik» l’assurdo squilibrio del mondo (giugno/luglio 2018)
Durante il ventennio fascista gli alpinisti torinesi partivano per Bardonecchia, la sera, con un treno di nome Menelik. «Prendiamo il Menelik», dicevano in dialetto, e solo dopo qualche anno scoprirono perché si chiamava così. L’appellativo esotico risaliva al periodo in cui il negus Menelik e sua moglie, la regina Taitù, andavano a Parigi per le trattative sull’Etiopia. Pare che, arrivando da Roma, prendessero proprio quel treno.
Dalla stazione di Bardonecchia gli alpinisti s’incamminavano a piedi verso la Valle Stretta, dove incombe una grande parete di fattezze dolomitiche. Si chiama ancora oggi parete dei Militi perché ai suoi piedi era stato creato un posto di controllo della Milizia Fascista in cui si alternavano i militari di confine. Chi voleva passare doveva esibire la Carta di Turismo alpino rilasciata dalla Questura di Torino. A partire dal 1936, per gli scalatori subalpini, la Militi diventa la palestra delle palestre, con difficili itinerari firmati Dubosc, Rivero, Castelli, Calosso, Adami, De Rege e Gervasutti, il più forte di tutti. Molti anni dopo su quei calcari si esibisce il fuoriclasse Guido Rossa, antesignano del Nuovo Mattino.
Oggi il posto di frontiera non esiste più, o meglio non esisteva, perché da qualche tempo la porta della Valle Stretta è diventata la via dei rifugiati in fuga verso la Francia. Scendono dal treno alla stazione di Bardonecchia, si dirigono a piedi al Pian del Colle come gli alpinisti di una volta e infilano le rampe del Colle della Scala, che con il gelo può diventare una trappola mortale ma d’estate è un facile valico stradale, più discreto e defilato del Monginevro. Quest’inverno la neve ne ha fermati tanti, e altrettanti sono stati soccorsi, ma con la bella stagione i transiti riprenderanno, e anche la partita a guardia e ladri tra la polizia francese e i fuggitivi. Da quando il valico di Ventimiglia è stato presidiato e blindato, i colli della Scala e del Monginevro sono diventati le vie per la Francia, dove rifugiati mal vestiti, mal calzati e male informati tentano sempre più numerosi la fortuna.
Così le Alpi tornano a essere una frontiera proibita e nuovi ribelli tentano il confine cercando di non farsi prendere. Sono i più improbabili di sempre, gente che non ha mai visto una vera montagna e non ha la più pallida idea di come affrontarla, ma sono anche tra i più convinti, o sconsiderati, perché oltre frontiera sperano di trovare un rifugio. Ce ne sono stati tanti come loro, ma nessuno così disperato e straniero. Nemmeno i valdesi che scappavano dalle carabine dell’esercito sabaudo, i contrabbandieri che passavano per fame, i partigiani che aggiravano l’oppressore, gli ebrei che scappavano dal terrore.
I nuovi fuggiaschi sono i meno alpini di sempre, vengono dall’altra parte del pianeta, e due pezzi di mondo s’incrociano sulle Alpi. Quest’inverno gli sciatori firmati fino al collo giravano al fianco di ragazzi dalla pelle nera, in pantaloni e scarpe di tela, tra Claviere e il Monginevro, dove si palesa l’assurdo disequilibrio del nostro tempo.


La trasgressione è un mezzo, non più il fine (aprile/maggio 2018)
Oltre a quelle fisiche esistono le frontiere temporali. Nella storia dell’alpinismo la frontiera della contemporaneità coincide con il passaggio dal Nuovo Mattino all’arrampicata sportiva, nella seconda metà degli anni Settanta, quando credevamo di essere nel pomeriggio del Sessantotto, pur devastato dalla deriva del terrorismo, e invece era già finito tutto. La fantasia non era più al potere e il mercato stava riprendendosi portafogli e sogni. Pensavamo che l’utopia del Nuovo Mattino avesse aperto un cammino di saghe verticali e invece la favola era terminata.
Vado al Caporal con Andrea Giorda nel 1978, dieci anni dopo il maggio parigino. La primavera dell’arrampicata piemontese è finita da tre anni e sta sfumando anche la sommossa dei Sassisti in Val di Mello. Aldo Moro è stato sequestrato e giustiziato dalle Brigate Rosse. John Travolta e Karen Lynn Gorney hanno conquistato il nuovo e il vecchio continente con La febbre del sabato sera. La gente comincia a pensare che sia meglio andare a ballare che sbattersi per salvare il mondo. La comunità alpinistica è stata attraversata dalle utopie del Nuovo Mattino senza turbamenti. Pochi hanno capito il senso e pochissimi hanno messo il naso in Valle dell’Orco, dove gli stambecchi sono più domestici degli scalatori ribelli. Le creazioni del Circo Volante sono segrete come all’alba del Mattino. Il Caporal e il Sergent sono luoghi mitologici.
Ma il mito finisce lì e solo la Valle conserva l’aura delle cose proibite. Il resto del mondo è ormai secolarizzato. All’epoca non capiamo, crediamo di essere alla fine del vecchio decennio e invece siamo già in quello nuovo, ci siamo dentro fino al collo. Il mercato ha ripreso il controllo sociale. Non c’è più spazio per l’utopia, il dialogo e la solidarietà. Comanda il denaro, senza dubbi né vergogne. Il privato detta legge.
L’alpinismo è di nuovo trasformato e ormai corre dietro allo sport, ma per accorgercene dobbiamo buttare l’occhio oltre la frontiera francese, dove il futuro è arrivato da un pezzo. Il riccio Jean-Marc Boivin sbriciola miti e tempi di scalata e nel 1978 gli si affianca il fuoriclasse Patrick Berhault, un ventunenne del Sud, che precipita per ottocento metri dalla parete est dei Trois Dents du Pelvoux, si spacca un bel po’ di ossa, sopravvive e usa la convalescenza per potenziare gli arti superiori con centinaia di trazioni alla sbarra. Nel 1979 spinge al massimo l’allenamento nelle gole del Verdon, concatenando in giornata l’Eperon Sublime, la Demande, Orni e Luna Bong. Ormai Berhault è un atleta a tempo pieno e si allena di continuo, per molte ore al giorno. Alla fine di giugno si sposta sul Monte Bianco e comincia a stupire. In un mese sale il Supercouloir al Mont Blanc du Tacul in tre ore e mezzo, la parete nord del Pilier d’Angle in tre ore, il couloir nord dei Drus in sei ore e ancora il Pilier d’Angle per la via di Bonatti in un’ora e cinquanta minuti. In agosto si sposta nel Delfinato e ripete la mitica via di Gervasutti all’Ailefroide in tre ore e un quarto. I vecchi tabù sono spazzati per sempre.
Jean-Marc e Patrick non assomigliano ai nostri ribelli del Nuovo Mattino. Sono degli sportivi gentili ed educati; spiriti liberi e refrattari alle ideologie. Scrivono pochissimo e scalano tantissimo. Boivin è un ingegnere di Digione, Berhault è cresciuto tra l’entroterra di Nizza e le Alpi Marittime, non certo nella bambagia, scoprendo prima il mare della montagna. Sono diventati professionisti della scalata per assecondare il talento, non per combattere il mondo. La trasgressione è il mezzo, non più il fine. Il Sessantotto è archiviato. Concluso.