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L’età di mezzo dell’alpinismo

Atti della giornata di studio in occasione del centenario della nascita di Federico Chabod e Natalino Sapegno. Aosta, 13 ottobre 2001

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento i montanari valdostani hanno partecipato a pieno titolo all’epoca d’oro delle guide. Con i colleghi di Chamonix e del vicino Vallese, hanno sperimentato quella consapevolezza di intenti e quella comunanza di spirito che portò alcune eccezionali cordate miste (guida-cliente, valligiano-cittadino, contadino-intellettuale) a risolvere i maggiori problemi alpinistici del momento, con una sicurezza, un’intensità e una determinazione che non si paleserà mai più nella storia dell’alpinismo classico. Tra i vari casi si possono ricordare il “bersagliere” Jean-Antoine Carrel e il fotografo Vittorio Sella (1882: prima traversata invernale del Cervino), Jean-Joseph Maquignaz di Valtournenche e i fratelli Sella di Biella, figli del ministro del governo Quintino (1882: Dente del Gigante), il grande Emile Rey di La Saxe e lo scienziato berlinese Paul Güssfeldt (1891: prima ascensione invernale delle Grandes Jorasses, Punta Walker; 1893: cresta del Peutérey al Monte Bianco), gli altri Maquignaz di Valtournenche e lo scrittore torinese Guido Rey (1899: tentativo alla cresta di Fürggen del Cervino, che verrà salita nel 1911 da Jean-Joseph Carrel e Joseph Gaspard con il cliente Mario Piacenza).
Questi successi si identificano con l’affermazione delle due storiche Società delle guide di Courmayeur e Valtournenche ai piedi delle due montagne più richieste (Monte Bianco e Cervino, cui seguono – a distanza – il Monte Rosa e il Gran Paradiso). La professionalità delle guide valdostane cresce: nei primi anni del Novecento si tiene a Courmayeur un corso di lingua inglese per le guide e i portatori, sussidiato dalla sede centrale del Club alpino italiano e dalle sezioni di Torino e di Aosta. Eppure, anche se la romantica iconografia alpina di fine secolo potrebbe suggerire che talenti montanari e conquiste alpinistiche siano frutto di gemmazione spontanea tra i rudi monti della Valle e le fumose osterie dei villaggi, in realtà la regia politica e istituzionale del Club alpino italiano ha già preso in mano le redini del gioco da molto tempo: almeno da quando, nel luglio 1865, l’inviato di Quintino Sella con licenza di scalata, il geologo Felice Giordano, è salito al Breuil per architettare la prima salita del Cervino dal versante italiano. Il 13 settembre dell’anno seguente, il 1866, un “Avviso ai turisti” comunica che “la résidence principale du Club Alpino est établie à Turin, et trois années d’existence prospère lui ont permis d’établir une Section ou Succursale à Aoste, dans l’Hôtel de Ville, pour la plus grande commodité des nombreux touristes, membres de touts les Clubs Alpins, qui parcourent cette Vallée”.
È dunque alle soglie della maturità la Sezione valdostana che, alla fine dell’estate del 1903, si accolla l’onore e l’onere di ospitare il 34° Congresso degli alpinisti italiani. “Quest’anno il Congresso – relaziona la “Rivista mensile del CAI” –, questo tradizionale convegno annuale degli Alpinisti Italiani, si è nuovamente portato sulle Alpi, anzi sulle alte Alpi, in omaggio all’Excelsior che informa lo spirito della nostra Istituzione… La Sezione di Aosta aveva da considerare che, se la sua Valle è da assai tempo conosciuta e frequentata, ha tuttavia qualche parte alquanto negletta per difetto di comunicazioni e comodità, quindi ritenne conveniente di dirigere i Congressisti fuori delle vie consuete. E come ebbe in sé la potenza di aumentare in breve tempo il numero dei soci in modo straordinario, così ebbe l’ardimento di portare i Congressisti il più alto possibile per far loro conoscere le vere bellezze alpine, quelle che molti guardano dal basso o soltanto sulle fotografie”.
Dopo il ricevimento nella città di Aosta e il trasferimento a Courmayeur, 120 degli oltre 300 iscritti (tra cui 27 signore) inaugurano il monumento alla guida Felice Ollier scomparsa sui ghiacciai dell’Oceano glaciale artico durante la spedizione del Duca degli Abruzzi diretta al Polo Nord (marzo 1900). In Aosta, lo stesso 1° settembre dal tempo “eccezionalmente splendido”, viene scoperto il monumento a Umberto I, “Re buono e Re leale”, opera del torinese Edoardo Rubino. Il Presidente Grober pronuncia il suo discorso: “Così un alito vivificante di patriottica emulazione spirò da Roma ad Aosta, dal Monte Bianco al Terminillo, suscitando più forte che mai nell’animo degli Alpinisti italiani l’antico e costante sentimento di devozione a quella Dinastia, predestinata alla fortuna della Patria, la quale in questo remoto angolo delle Alpi fece la prima tappa del lungo viaggio, durato nove secoli, che ebbe la Città Eterna per sua meta suprema”. Prolungati applausi, anche di mani valdostane.
Le “vie inconsuete” proposte ai congressisti-camminatori toccano l’Ospizio del Gran San Bernardo, i valloni e i ghiacciai della Valpelline, puntando a valorizzare quei monti sopra Aosta assai cari all’abbé Henry, ma ancora negletti e mal serviti rispetto alle più note località valdostane. Anche se lo stesso Henry, nella sua Histoire de la Vallée d’Aoste, precisa che “depuis 1900 on peut dire que toutes les communes alpines ont des villégiateurs: Saint-Remi, Saint-Oyen, Ollomont, Bionaz, Oyace, Torgnon, Chamois, Champorcher, Valsavarenche, Rhème-Notre-Dame, Saint-Nicolas. Sur leurs territoires, toutes les maisons un peu convenables sont prises d’assaut”. Esiste un’antica tradizione di accoglienza del turista e dello straniero da parte dei parroci valdostani, così come si è sviluppata e continua a svilupparsi la loro propensione verso l’alpinismo (dal 1905 al 1917, stagione dopo stagione, l’abbé Henry pubblica un elenco impressionante delle ascensioni più significative effettuate dai preti della valle), ma il turismo vero e proprio, rispondente a requisiti di affidabilità e di mestiere, è ancora confinato a poche località privilegiate, perché scelte dai reali di Savoia o perché visitate dagli alpinisti illustri. Inoltre i preti alpinisti – primo fra tutti l’abbé Amé Gorret – hanno ben chiara la differenza tra il turismo “morbido” ed elitario degli alpinisti dell’Ottocento, dai modi sommessi e intonati con i tempi della montagna, e quel nuovo turismo usa e getta di cui – con profetica intuizione – Gorret individua i rischi già nel 1907 in un articolo per la “Revue Alpine” di Lione:
“I turisti partono con il treno più diretto e vanno al gran galoppo fino ai piedi delle montagne; per strada non vedono niente, perché non possono perdere tempo…”.
Nello stesso articolo, pochi mesi prima di morire, Gorret esterna I deliri dell’ammalato. La questione è sempre la stessa, il turismo alpino, e lo stanco cuore del vecchio polemista in pensione prende fuoco di fronte a una notizia inusitata: il treno sulla cima svizzera del Cervino.
“Maledizione! Patatras a tutti i miei vecchi entusiasmi!! Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!”.
Subito dopo scrive a Guido Rey:
“Ti senti come me? Ho avuto un sussulto di indignazione quando mi hanno detto della ferrovia sul Cervino. Che profanazione! Togliere alla mia cara montagna il suo prestigio, la sua estetica e la sua poesia! Ti scriverò in un giorno più sereno”.
Sollecitato da Rey, lo scrittore Charles Gos lo tranquillizza: in Svizzera c’è un forte movimento di opposizione al progetto e la gente per fortuna non ne vuole sapere. Gorret gli risponde il 7 di settembre:
“Sono stato felice di sapere che la sottoscrizione per impedire il deturpamento del nostro caro Cervino e conservargli il fascino e la bellezza abbia già raggiunto le 40.000 adesioni”. Infine la Becca viene dichiarata salva, ma Gorret intanto è morto nel dubbio, dopo breve malattia, portando con sé la memoria di un mondo in via di rapida dissoluzione.
A Torino, nel 1904, è nato il Club alpino accademico. Il CAAI sancisce il divorzio degli alpinisti dilettanti dalle guide alpine, anche se il primo presidente Ettore Canzio si affretta a precisare:
“Non fu una ribellione dell’alpinista al montanaro: fu un lento scivolar fuori di tutela… Nessun tutore fu mai così garbato come lo fu in generale la Guida: sentì la passione che animava il suo giovane compagno e, mentre se ne faceva Maestro, seppe non disturbare nell’allievo quella impressione di intimo compiacimento per la vittoria che costituiva il più valido incitamento alla novella energia che spingeva l’uomo alla montagna. Per questa opera magnifica e qualche volta oscuramente eroica, che la Guida ha compiuto dai primi tempi dell’alpinismo, vada ad essa l’espressione della nostra riconoscente ammirazione ed il nostro commosso saluto”.
È il cavalleresco riconoscimento di un distacco epocale, seppure addolcito dagli onori delle armi, ed è anche la fine dell’epoca d’oro delle guide alpine. In Valle d’Aosta il vero contraccolpo si sentirà qualche anno dopo la guerra, con le orgogliose iniziative di Amilcare Crétier e compagni, ma già all’alba del secolo l’acuto abbé Henry rileva: “Les alpinistes ne tardent pas à se passer de guides: ils affrontent, eux seuls, les périls de la montagne. Les passages nouveaux faits par ces alpinistes sans guides, sont plus nombreux encore, peut-être, que les passages faits avec guides: ils tiennent quelquefois du prodige”. Nel decennio che precede la guerra alpinismo e professione restano sospesi come in un limbo, una terra di mezzo, con un’evoluzione silenziosa che prepara il futuro senza manifestare particolari segnali di frattura.
Tra i fondatori del Club alpino accademico c’era anche quell’ingegner Adolfo Kind che, alla fine dell’Ottocento, aveva introdotto a Torino e sui monti della Valle di Susa l’uso dei primi sci. Lo stesso Canzio, all’epoca vicepresidente della Sezione di Aosta, nel 1901 è tra gli ideatori dello Ski Club Torino. Nei primi anni del nuovo secolo lo sci si diffonde in forma pionieristica e sperimentale anche sulle montagne della Valle, e nel 1910 viene formalizzato ad Aosta lo Ski Club valdostano.
Intanto, nel 1908, è già stata annunciata un’altra rivoluzione. È arrivato a Courmayeur il disegno del rampone a dieci punte dell’alpinista inglese Eckenstein, figlio di un emigrato socialista tedesco. L’inventore ha chiesto a Henri Grivel di realizzarne un prototipo. Nel 1912 viene organizzata una gara di arrampicata tra guide e portatori sul Ghiacciaio della Brenva, ed è la definitiva dimostrazione che il ghiaccio, con due buoni ramponi ai piedi, non fa più paura.
Tre anni dopo è già tempo di guerra. Si tratta di andare a combattere lontano, per un confine misterioso, su monti sconosciuti. Molti alpinisti piemontesi aderiscono con entusiasmo, pagando spesso il prezzo di amare delusioni: Francesco Ravelli lascia gli affari, si arruola con la propria motocicletta e parte per le Dolomiti. Giuseppe Lampugnani resta in servizio ad Aosta e scrive: “Qui l’alpinismo diventa gioioso lavoro forzato…, sacrificio che pregusta vittoriosa libertà”. Anche il cinquantenne Guido Rey si arruola volontario, portandosi appresso automobile e autista personale. Per i valdostani la questione è ancora più distante e contraddittoria, come sottolinea Sergio Soave: “Le guerre diventano due: quella vera, combattuta nelle trincee, e quella dipinta dai giornali. E sono guerre distanti e incomparabili. La guerra di carta è un susseguirsi glorioso di atti di eroismo compiuti da soldati valorosi, guidati da generali straordinari e seguiti da un popolo partecipe. Quella vera, anche in Valle, è un’altra cosa. Il maestro di Brusson Vincenzo Berguet, uomo di grande fede religiosa, ubbidiente ai superiori e al re, padre di quattro figli, se ne parte rassegnato e triste per il fronte e, come racconta nel suo diario, trova ragazzi e uomini cui il suono delle fanfare non provoca particolari brividi patriottici”. Il soldato Joseph Gaspard di Valtournenche, primo salitore della cresta di Fürggen al Cervino, non lesina sforzi e sacrifici sulle pareti della Tofana di Rozes e del Castelletto, nelle Dolomiti di Cortina, ritornando a casa menomato e inabile, per sempre relegato a lavori indegni di una grande guida.
Il dopoguerra si annuncia con un’impresa che sembra incarnare la ripresa di un’epoca: il 19 e 20 agosto 1919 le guide Adolphe e Henri Rey, figli di Emile, scalano la cresta dell’Innominata al Monte Bianco con i clienti inglesi Courtauld e Oliver. Per dieci anni Adolphe porterà avanti la migliore tradizione delle guide di Courmayeur con imprese di assoluto valore, mentre a Valtournenche comincerà a brillare la stella di Luigi Carrel, “Carrelino”, la più grande guida del Cervino. Eppure i tempi stanno cambiando: se prima della guerra una guida affermata era in grado di guadagnare fino a 30 volte la paga giornaliera di un operaio, dieci anni dopo il guadagno è già sceso di un terzo. L’alpinismo senza guida si diffonde a macchia d’olio anche in Valle, creando – come era già successo sulle Dolomiti e sulle Alpi orientali – la competizione tra guide e dilettanti, elevando il livello tecnico di entrambi (soprattutto su roccia) e modificando il tradizionale rapporto tra valligiani e cittadini.
Amilcare Crétier, l’uomo nuovo dell’alpinismo valdostano, nasce nella piana di Verrès nel 1909, comincia ad arrampicare giovanissimo dopo la guerra e a diciassette anni firma i primi itinerari sulla Grivola e sull’Emilius. È un geniale e instancabile scopritore di problemi alpinistici irrisolti, si sposta disinvoltamente da una valle all’altra, dalla roccia pura all’alta montagna, pur restando sempre fedele alla Valle d’Aosta. Dal 1926 al 1933, l’anno della misteriosa caduta sulla via normale del Cervino, realizza 53 vie nuove sulle sue montagne. Ma non è tanto la quantità, è piuttosto lo stile che conta: quell’inedita visione sportiva dell’alpinismo, l’atteggiamento inquieto e di perenne ricerca, l’immagine opposta allo statico stereotipo della guida con la piuma sul cappello. Il “dilettante” Crétier, avviato alla montagna dallo storico Federico Chabod, è il simbolo di un passaggio senza ritorno: con lui, e dopo di lui, il montanaro e l’alpinista non saranno più la stessa persona.